Fare shopping con la stomia: prevedibili imprevisti

Torno a scrivere di stomia in tempo di saldi, sì. Anno nuovo, voglia di qualche pezzo nuovo nel guardaroba, di un’immagine fresca che ci ispiri. C’è chi si arma di shopping bag, e c’è chi parte già dotato di sacchetto, la ostomy bag di grido che tutti invidiano nei momenti di emergenza intestinale, o quando vi trovate davanti 15 persone in coda per il bagno in autogrill o ai concerti. Firmata o no, la sacca per stomia resta un capo versatile a integrarsi con qualsiasi look vi si addica. Cercate conferma su Instagram.

Può capitare che lo stomizzato, nei negozi con commessi particolarmente attivi, si aggiri con l’imbarazzo di chi nasconde merce rubata sotto agli abiti; braccia conserte sulla pancia, strati attorcigliati a fare spessore, giravolte acrobatiche per nascondere e confondere. Poi arriva il fatidico momento della prova, quello in cui la donna stomizzata, l’uomo stomizzato, il bambino stomizzato vorrebbero starsene da soli nel camerino, pregando che ci sia lo specchio interno. E invece no, nella maggior parte dei negozi lo specchio sta gagliardamente fuori dal camerino, e si è costretti al defilé davanti ai commessi e magari anche a farsi aiutare con abbottonature, zip e abbinamenti. Tutto questo nel terrore, disagio, curiosità, attesa, gusto, speranza, imbarazzo che la mano e gli occhi della zelante commessa caschino proprio lì, sul marsupio segreto… oh oh, cos’è questo gonfiore? Aspetti, qui non aderisce bene, mi lasci appiattire un attimo il tessuto. Perché fa fatica a chiudersi? Ma cosa c’è qui? Oh, mi scusi! Non volevo. Ma cosa è successo, se posso? Lo sa che anche un mio zio, per un periodo… Continua a leggere “Fare shopping con la stomia: prevedibili imprevisti”

Peter Murphy: 12 anni dopo, un po’ più a sud

È lui: si muove come un pipistrello, ha lo sguardo vitreo che buca il mondo, il viso scavato in bianco e nero di una qualche Londra del sogno, la fronte alta e pallida come una candela. Ma è soprattutto la voce, nel nero dei vestiti aderenti e nella sciarpa rossa rossa – è la voce ad essere proprio lei, 40 anni dopo: fredda e incendiaria. A toccarti la corda più spessa mentre ti perdi in suoni lontani nell’ultima fila di un palazzetto non gremito. Fuori le barche, niente coda: il bello dei concerti ad Atene. Qualcuno si è fatto in prima fila e di corsa e sgomitando lo portano indietro. Ha perso i sensi, e davanti c’è sicuramente qualche altro cimelio che conosco. A Praga, Roma, Milano o Berlino. Uno di quelli a cui gira di svegliarsi a mezzanotte e poi subito cadere. Continua a leggere “Peter Murphy: 12 anni dopo, un po’ più a sud”

Un po’ di SI e di NO per il 2019

Sì, ne ho anch’io di buoni propositi per l’anno appena iniziato, come tutti. Fare, disfare, progettare, appuntare, impegnarsi: è il nostro modo di rinascere a ogni inverno, come le giornate che proprio quando fa più freddo cominciano nuovamente ad allungarsi. E cosa progetto io in questo mio letargo onirico e indaffarato? Poche cose, in realtà. O forse tante, ma che si possono concentrare in qualche SI e qualche NO: e già imparare a dire dei SI o dei NO senza troppe perifrasi è un grande passo per una bilancia che oscilla costantemente da un piatto all’altro.

SI…

  • a dire dei NO, quando in fondo non mi va qualcosa, non ne ho il tempo, le energie, l’ispirazione o la convinzione

  • ad ascoltare quella voce interiore che a volte urla per indicare la strada che ho un po’ smarrito

  • a lavorare e a fare dei sacrifici per il bello. E con il bello intendo soprattutto la scrittura, l’arte, una dimensione conviviale tutta da costruire. E lo so già che ci vorranno qualche rinuncia e tanta disciplina per vedere i frutti

  • a rendere speciale (o anche soltanto più leggera) la vita a chi mi vuole bene, a quel circolo ristretto di persone che ci sono per il semplice piacere di esserci l’uno per l’altro, anche quando non abbiamo nulla da offrire o da prendere che noi stessi e i nostri problemi, le nostre fragilità, quell’umanità di cui a volte ci si vergogna.

NO… Continua a leggere “Un po’ di SI e di NO per il 2019”

Nel cuore di Atene: Φωτογραφικό Περπάτημα 09/2018

malvina-massaro-agora-monastiraki-atene-spyros-catramis-photographerDi energie questi ultimi mesi me ne hanno risucchiate tante. Di tempo pure. È così che mi trovo a scrivere di una passeggiata di fine estate nel giorno di Natale. Perché in realtà io sono ferma lì, alla luce di settembre e ai 38 gradi sulla pelle. Quello che è successo dopo è in parte amnesia, nella corsa, anestesia. Incubazione squattrinata e famelica. Ma con parentesi d’urgenza del presente – che è come un urlo di fiamma.

Think big è il leitmotif, una proiezione che richiede energie, che chiede di andare fuori dai binari con coraggio. A che velocità comincia a spappolarsi il cervello? Scendi finché sei in tempo, ricordati chi sei, non confondere il treno che corre con la meta, o peggio: con te stesso. Non perderti.

malvina-massaro-spyros-catramis-fotografo-acropoli-ateneThink big mi dice Spyros a un certo punto, con un video di Schwarzenegger, con un’intervista a Camilleri. La grandezza non ha confini. Per parlare di quello che a tanti non importa si passeggia intorno all’Acropoli; un sentiero di scale e vicoli che assomiglia a un lungo cerchio, in cui ogni angolo vale un pensiero, una posa, un moto di luce pulviginosa (si dice?), un pianto, una poesia, uno scatto. Una melodia zingara. Gli anni che furono e che te li senti nel respiro anche se.

Tutto questo c’è dentro a spappolarsi mentre corri e perdi e cominci a dimenticare che è settembre, che c’è la luce, che sta per finire l’estate, che sei proprio qui, in una capitale di periferia. Ci fermiamo a ogni gradino, a ogni gatto, a ogni pietra (quasi). La fotografia insegna la pazienza, l’attesa, l’osservazione. La stasi dolorosa e la dolce (auto)contemplazione. La fotografia è scavo, scultura. Anche il dialogo filosofico lo è, estraendo e definendo – a volte fin troppo.

malvina-massaro-spyros-catramis-plaka-ateneVoglio la luce, quella mediterranea intrauterina, violenta. Spyros ha letto la mia poesia sulla crudeltà della luce. Mi dice di sputarmi sulla mano dopo che la gatta mi ha graffiata. C’è un sacco di gente all’areopago, ma troviamo spazio per giocare anche noi a fare i selfie. Think big, l’estate è passata. I tempi sono maturi, d’ocra e verde ramato.

Finiamo che è già buio a chiacchierare al Βρυσάκι, teatrino e caffè in un cortile. L’atmosfera è pre-autunnale, i ritratti in bianco & nero anche. Forse. Sai cos’è? La luce è una specie di anestetico. Una madre compiaciuta. Un occhio che irradia e accende quello che c’è dentro, perché a sua volta irradi e accenda qualcos’altro. La luce è virale, come le idee.

Guarda la galleria completa.

Spyros Catramis è fotografo, scrittore, avvocato ateniese; parla italiano meglio di me, conosce meglio di me i libri di Moravia e di Macchiavelli. Autore di Ο Σύγχρονος Ηγεμόνας – Οι 100 Εντολές, Εγχειρίδιο Λογικής Αυτοάμυνας (bellissime le copertine) e di un vocabolario di giurisprudenza italiano-greco. La sua creatività di fotografo ha come musa principale la strada, che esplora e con cui gioca in un montaggio sempre originale e incisivo della realtà.  Info & foto:

 

NEGUTEGIA

ixiar-rozas-negutegia-romanzo-malvina-massaro-blogNEGUTEGIA, («in italiano serra, luogo dove si nasconde l’inverno, dove sorge l’inverno o calendario d’inverno», è un romanzo che ho amato dieci anni fa, nella mia copia sottile e porosa di Le Nubi Edizioni. Negutegia è una parola basca che col suo suono gutturale e uggioso ti affonda dentro per riemergere, con tutt’altro sapore, qualche anno dopo. Basca è l’autrice, Ixiar Rozas, di cui non ho letto nient’altro. Di cui leggerò in questo nuovo inverno balcanico.

Ero più giovane dei protagonisti quando lessi il romanzo la prima volta, in cerca di nuova sostanza umana e letteraria. Berlino era un riferimento, e a Torino non ci stavo ancora così male. Genova meta facilmente raggiungibile, qualche contatto, Staglieno, i vicoli, Bocca di rosa e la focaccia. Sono un po’ più grande di loro, ora che lo rileggo, dopo averlo rispolverato per caso nella mia toccata e fuga torinese.

La porto con me ad Atene, la piccola copia porosa di Negutegia, la rileggo in queste prime giornate di freddo vero e umido. Ancora disorientata da Roma e Bologna, mentre sento di un’alluvione nella non lontana Bodrum. Ho dei nomi che corrispondono a ricordi lì e a Marmaris, a Istanbul, a Kos soprattutto, che sta lì di fronte a Bodrum. E mentre sento te, cara, pure tu fuori patria, con cui si andava a fare foto nelle fabbriche abbandonate – Torino era la nostra Berlino – ripenso al mio amico degli anni vaghi, con cui tutto era magia. La radice greca e il richiamo per la Tessaglia in cui andai qualche giorno a mettermi alla prova da Ιάννης, pulendo stanze e conversando coi paesani nel patio, sotto ai monasteri. Credevo di imparare il greco, e mi suonava tutto slavo. Molti di loro erano albanesi, fra le montagne. Rileggo di Emi, Omar e Dede, di quel distacco e della pazienza che io non ho. Rileggo le pagine porose e sottolineate-marcate e penso a te che te ne vai. Questo la prima volta che lessi il romanzo non potevo saperlo. Continua a leggere “NEGUTEGIA”

Arrivederci Roma

Eccomi sul treno – Italo, per la precisione – che mi porta da Roma a Bologna in una giornata scura e piovosa. Ora che ci penso, tutte le volte che torno in Italia piove…

Lascio Roma, questa volta con la voglia di-starci-di-tornarci. È un arrivederci a presto, non una fuga come quando provai a viverci, cinque anni fa in un appartamento che mi fu claustrofobico a Casalbertone. Tre giorni fra le viette e le piazze di Trastevere, come un paese nella capitale. Quel sentore di umido e di autunno tipicamente italico che non sentivo da un po’ – secoli di storia che odorano, sotto la pioggia. E se non fosse per la scomodità di tenere l’ombrello aperto sui capelli appena lavati, non mi dispiace affatto che piova mentre sono qui, che passeggio e riscopro le vie che da ragazzina amai, alle prime incursioni romane.

cassata-siciliana-colazione-italiana-trastevere-roma-malvina-massaroQuesta mattina, dopo una bella colazione siciliana, ho camminato fino all’area del Teatro di Marcello, uno dei punti che preferisco – lì sotto, sulla terra umida davanti alle colonne con l’artrosi. Il massimo della sensualità centritalica barocca prima ancora del barocco. Barocco lo spirito e i pasti, le passeggiate fra le vie che sembrano corridoi di un’enorme casa dove si raccolgono i parenti a Natale. Piazzette e larghetti che si aprono a sorpresa confondendoti. Questi labirinti sono le città che ti fanno sentire vivo, mentre torni sui tuoi passi e ci ripensi. Nulla di squadrato – ogni riferimento alla mia monotona città natale è puramente casuale.

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33 giri

33 giri, quasi 3 settimane che questo pezzo mi gira per la testa, mentre si avvolgono i pensieri si rincorrono attorno a qualche punto fisso. Avrei voluto scriverlo & pubblicarlo esattamente il giorno del mio compleanno, il 18 ottobre, perché ho un’ossessione religiosa per le date, per le ricorrenze da onorare, da schiacciare sotto il piede e fra le mani, mangiarle le ricorrenze. Incidere i passi sulla linea del cerchio, mentre le stagioni girano, come la moda come le facce e capita che ritornino certi ricordi nel presente come vivi.

Compleanno schiacciato quest’anno sotto un intervento chirurgico inaspettato ma sotto sotto nell’aria – il primo in Ellada –, nottate di lavoro folle e avvincente per consegne da adrenalina e crollo, sogni anestetici e antibiotici, cambi di ruolo, mansioni ibride, il mio compleanno a parlare io in meeting, la bambina timida che presenta i suoi appunti convalescente e nuove cose da imparare in fretta e poi soprattutto, e che bello, mi piacciono le novità tranne la tua, fratello, che mi punge nell’anima. Continua a leggere “33 giri”

Pragmatismo ed efficienza dei colleghi greci

Che cosa ho imparato dai miei colleghi greci dopo più di due anni di lavoro in un ufficio ateniese e qualche mese di assistenza turistica a contatto con i fornitori locali?

Una cosa che mi ha colpito in entrambe le esperienze è il senso di responsabilità profondo verso la propria mansione e la qualità del proprio lavoro. Niente scuse, niente lamentele: di faccia ne hai una sola e non puoi perderla, tanto più a lavoro. Sennò finisce che perdi pure il lavoro. Si ritrova molto, in questo impegno che magari non è sempre dedizione, del senso dell’onore e della rispettabilità radicato così profondamente nel DNA greco.

Una qualità che apprezzo molto, poi, è la capacità di andare dritto al sodo: pochi giri di parole, poche chiacchiere. Meglio giungere a una soluzione semplice, ma che sia una soluzione, che lambiccarsi in opzioni che potrebbero essere potenzialmente geniali, ma di dubbia e contorta realizzazione. Lato positivo: si resta sorpresi di come in una nazione mediterranea sia talvolta così semplice giungere a una soluzione che metta tutti contenti (e, a lavoro, si rimane disarmati dal pragmatismo risolutivo dei colleghi). Lato negativo: si sente a volte la mancanza del confronto e del barocco soppesare italico, nella cui velleità e improduttività (parlo qui in un’ottica ristretta alle tempistiche lavorative) c’è spesso l’embrione del colpo di genio, di quell’idea libera e creativa che poi reinventa l’arte e la tecnica e fa scuola in tutto il mondo. Ma nei ritmi vorticosi del lavoro in una multinazionale, la semplicità senza fronzoli e un certo pensar modesto sono una specie di difesa, un appiglio nel mare continuamente mosso. Una barriera per non farsi risucchiare l’anima, anche se poi. Continua a leggere “Pragmatismo ed efficienza dei colleghi greci”

Versi #14

Occhi da chissà dove emersi
di profugo
di beduino
zingaro viziato errante
pieno e stanco
del passato del futuro
superfluo
il presente ti stropiccia
a malapena
le ossa.
Passato l’inverno si prepara
a levare le tende
verso un altro inverno.
Troppo leggero per sprofondare
nelle cose
per penetrare.
Es muss sein.