33 giri

33 giri, quasi 3 settimane che questo pezzo mi gira per la testa, mentre si avvolgono i pensieri si rincorrono attorno a qualche punto fisso. Avrei voluto scriverlo & pubblicarlo esattamente il giorno del mio compleanno, il 18 ottobre, perché ho un’ossessione religiosa per le date, per le ricorrenze da onorare, da schiacciare sotto il piede e fra le mani, mangiarle le ricorrenze. Incidere i passi sulla linea del cerchio, mentre le stagioni girano, come la moda come le facce e capita che ritornino certi ricordi nel presente come vivi.

Compleanno schiacciato quest’anno sotto un intervento chirurgico inaspettato ma sotto sotto nell’aria – il primo in Ellada –, nottate di lavoro folle e avvincente per consegne da adrenalina e crollo, sogni anestetici e antibiotici, cambi di ruolo, mansioni ibride, il mio compleanno a parlare io in meeting, la bambina timida che presenta i suoi appunti convalescente e nuove cose da imparare in fretta e poi soprattutto, e che bello, mi piacciono le novità tranne la tua, fratello, che mi punge nell’anima. Continua a leggere “33 giri”

Pragmatismo ed efficienza dei colleghi greci

Che cosa ho imparato dai miei colleghi greci dopo più di due anni di lavoro in un ufficio ateniese e qualche mese di assistenza turistica a contatto con i fornitori locali?

Una cosa che mi ha colpito in entrambe le esperienze è il senso di responsabilità profondo verso la propria mansione e la qualità del proprio lavoro. Niente scuse, niente lamentele: di faccia ne hai una sola e non puoi perderla, tanto più a lavoro. Sennò finisce che perdi pure il lavoro. Si ritrova molto, in questo impegno che magari non è sempre dedizione, del senso dell’onore e della rispettabilità radicato così profondamente nel DNA greco.

Una qualità che apprezzo molto, poi, è la capacità di andare dritto al sodo: pochi giri di parole, poche chiacchiere. Meglio giungere a una soluzione semplice, ma che sia una soluzione, che lambiccarsi in opzioni che potrebbero essere potenzialmente geniali, ma di dubbia e contorta realizzazione. Lato positivo: si resta sorpresi di come in una nazione mediterranea sia talvolta così semplice giungere a una soluzione che metta tutti contenti (e, a lavoro, si rimane disarmati dal pragmatismo risolutivo dei colleghi). Lato negativo: si sente a volte la mancanza del confronto e del barocco soppesare italico, nella cui velleità e improduttività (parlo qui in un’ottica ristretta alle tempistiche lavorative) c’è spesso l’embrione del colpo di genio, di quell’idea libera e creativa che poi reinventa l’arte e la tecnica e fa scuola in tutto il mondo. Ma nei ritmi vorticosi del lavoro in una multinazionale, la semplicità senza fronzoli e un certo pensar modesto sono una specie di difesa, un appiglio nel mare continuamente mosso. Una barriera per non farsi risucchiare l’anima, anche se poi. Continua a leggere “Pragmatismo ed efficienza dei colleghi greci”

Versi #14

Occhi da chissà dove emersi
di profugo
di beduino
zingaro viziato errante
pieno e stanco
del passato del futuro
superfluo
il presente ti stropiccia
a malapena
le ossa.
Passato l’inverno si prepara
a levare le tende
verso un altro inverno.
Troppo leggero per sprofondare
nelle cose
per penetrare.
Es muss sein.

#13_(Convalescenza e brezza)

Mi sono sentita semplice e complicata
attraversando giorni di pioggia dal mio piccolo sdraio
in riva al balcone

tempo di semina estiva battuto
dai capricci del tempo
di cielo e d’orologio
mio e degli altri.

Festina lente

e tanto piove, la domenica
e si chiudono i vetri contro alle voci e al raggio
mozzato
dall’acqua.

Convalescenza e brezza.

Malattia è il troppo sentire
Morte
è non sentire affatto.

Convalescenza e brezza spira
il temporale
in riva al balcone di chi oggi non è uscito.

Mi manca già ferragosto

Splendida la città semivuota in queste settimane centrali d’agosto. Turisti, sì, ce ne sono, in centro. Ma in gruppetti più radi, le comitive per lo più concentrate nei punti in cui uno si aspetta di trovarne, a riempire i tavoli dei bar. Quasi tutte le attività chiuse, nei quartieri. E in quelle aperte (in realtà non poi così poche) si godono il caldo umido e quel chiacchierare quieto – il silenzio brulicante dell’estate in città – quelli che non sono partiti. Che sono già tornati o che partiranno, o che le vacanze proprio quest’anno no. Nuclei per lo più piccoli di conoscenti che si ritrovano – bello rivedervi, amiche di passaggio qui tra un’isola e qualche capitale europea – a mangiare insieme a parlare a bere, in un mezodopoleio di zona, giù in piazza pigramente al kafeneio o in qualche bar terrazzato vista Acropoli.

A proposito di Acropoli. Mi godo quasi ogni giorno dopo il lavoro l’Areopagitou moderatamente passeggiato, arioso. Lo passeggio e abbraccio anch’io l’Acropoli, come lui. Ogni pochi passi un artista di strada: bravissimi spiccano nel sollievo del caldo preserale-serale, senza troppa gente intorno. Anche la luna è a metà. Ritmi afro, musica popolare greca, un violinista con base ambient, una danzatrice in viola, un imitatore di Jim Morrison. Un cantante-chitarrista che, quasi alla svolta per la metro, ripropone Blue Monday in chiave acustica, e mi mette addosso una voglia tremenda di riascoltare quella canzone. Un burattinaio che abbraccia una bimba straniera col suo burattino che balla il rock. Continua a leggere “Mi manca già ferragosto”

Buon compleanno Tino :)

La scorsa settimana, con un mese e mezzo di ritardo, ho festeggiato 4 anni di stomia. Era intorno al 18 giugno 2014 quando entrai d’urgenza in sala operatoria al Mauriziano di Torino per subire una modifica che mi spaventava e che desideravo allo stesso tempo, come il dolore necessario per poter tornare ad affrontare di nuovo la vita con tutta me stessa.

Tutto quello che è avvenuto dopo, lo devo soprattutto a Tino, la mia stomia. A 4 anni di distanza, non posso che confermare che il sacchettino è davvero un salvavita, nel senso più pieno e ampio del termine. E con lui i setoni per drenare le fistole: chi l’ha provato sa cosa intendo.

Più che un compleanno, forse, una Pasqua personale. La rinascita dopo il dolore e la paura. E l’occasione per dire grazie a chi c’è sempre stato, rendendo speciali non soltanto gli anniversari, ma ogni giorno di questa nuova vita. Grazie G.!

Dedicato ai gaffeur indomiti

Un altro punto che rende più agevole la scrittura rispetto alla parola è il contenimento dei cosiddetti svarioni, soprattutto per chi perde facilmente il controllo del proprio parlato e inanella un lapsus dietro l’altro. Come me.

Ansia da precisione, voglia di dire tante cose insieme, agio totale e profondo con l’interlocutore o profondo disagio, disordine mentale, fretta, stanchezza… sicuramente un problema di proiezione dell’asse del paradigma su quello del sintagma nei tempi accettabili per una conversazione, da cui scaturisce una sorta di ansia da prestazione con impulso a una resa liberatoria. Alla caduta, all’inciampo incontrollato.

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Scrivo perché:

Scrivo perché non sono mai stata capace di comunicare in modo efficace a voce. In generale: a tutti i livelli e in tutti i contesti. Pochissime volte mi sono sentita totalmente a mio agio con il modo nel quale mi sono espressa. Molto spesso, invece, non mi sono riconosciuta nelle mie parole, anzi: mi è sembrato di ritrovarci la voce di qualcun altro, magari nemmeno troppo vicino a me. Allora mi sono sentita sporca, inquinata, e mi è capitato di camminare ore ed ore, per fare evaporare il disagio oppure accelerarne la sepoltura, nel fosso senza fondo dell’oblio.

Ha qualcosa di approssimativo, la comunicazione discorsiva: è fragile ed esposta alle correnti. Tranne in alcuni momenti che hanno del magico, nei quali sbocciano e si sviluppano i legami più profondi della vita, o i ragionamenti che illuminano in uno squarcio di luce – e di poesia – tutto il resto. Continua a leggere “Scrivo perché:”