Mordi & fuggi a (Roma), Napoli e Procida

Vado a vedere il tramonto dall’altro lato del bacino, dove la materia sotto il sole risulta in una moltitudine caotica di colori e sfumature. Così avevo concluso il mio ultimo post, alla vigilia della partenza.

E l’ho rivisto, un po’ di caos, in arrivo alla Stazione Termini dopo anni di assenza da Roma – un caos umano, commerciale e alimentare. Come avrò modo di vedere anche a Napoli, il progetto Grandi Stazioni ha ormai uniformato tutte le stazioni principali: come a Torino e a Milano, il bagno costa 1 euro e la strada verso i binari si è trasformata in un enorme ibrido fra un centro commerciale e il Salone del Gusto. A stento non si perde l’orientamento nell’ubriacatura di pappatoie di semi-lusso, dove un mezzo bicchiere di spremuta d’arancia può arrivare a costare 5 euro.

procida-sipem-terramurata-malvina-massaro-blogÈ a Procida, prima meta del mio viaggio, che ritrovo non più la violenza cromatica eacustica del caos, ma i morbidi accostamenti e i toni pastello delle case, che rimandano a un’Italia costiera d’altri tempi e ai suoi suoni e, per contro, a vecchie immagini in bianco e nero in cui i colori potevano soltanto intuirsi dalle diverse intensità di grigio. Rosa, giallo e bianco prevalgono guardando la Marina di Corricella dalla Chiesa Santa Margherita di Terramurata. L’impatto è cinematografico, la luce al tramonto diversa, nelle suggestioni, da quella d’Oriente. Più dialogica e consapevole della sua malinconia, forse. Più d’aria e meno di fuoco.

Nel cuore di Napoli non è il caos, ma una pienezza barocca ovunque, con rioni che si aprono a sorpresa nella fessura tra un palazzo e l’altro, come un teatro che si moltiplica in se stesso. napoli-procida-malvina-massaro-scrittrice.jpgC’è un sentore di festa macabra medievale, un senso vorticoso di allegria posticcia e attraente, un disordine di sorprese che non sai capire se sia tutto spontaneo o parte di un disegno. Dai cantanti amatoriali che si creano la loro piccola Sanremo sul balcone, alla famiglia ben pasciuta che sfila in carrozza per via dei Tribunali: pigri, fieri e con un lutto ben portato sugli abiti eleganti anni Cinquanta. E poi il corteo medievale che li segue poco dopo, senza alcun apparente legame. Le vie così strette, ogni angolo invita a perdersi, ma non bisogna, ché poi chissà se ritrovi la via prima del coprifuoco. Così si sono raccomandati i ragazzi, e pure i militari in Piazza Bellini. L’ora in cui nel buio un confondersi d’occhi può accendersi sull’orlo dei vicoli e bisogna fare attenzione e fare il giro lungo dalla strada principale, e magari prepararsi pure a correre. O forse meglio prendere un taxi e tagliare la testa al toro. Vedere Napoli dal parabrezza, tra un’infrazione e l’altra del tassista emaciato, tra un’allusione e l’altra alle celeberrime insidie del maschio napoletano.

La moltitudine. La moltitudine d’arte nelle Chiese, per le strade e sottoterra, nelle pasticcerie storiche, nelle pizzerie, fra i balconi. Pienezza sfrenata di ghirigori italici. E mi pulsa dentro un senso di riconciliazione, di riconoscimento-rapimento. È già ora di ripartire.

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