Sono un po’ tamarra

Dal Vocabolario Treccani:

“tamarro s. m. (f. -a) [prob. dall’arabo tammār «mercante di datteri»]. – Voce region., in uso nell’Italia merid., e da lì diffusa anche altrove nel gergo giovanile per indicare persona, per lo più di periferia, dai modi e dall’aspetto rozzi, volgari, villani: ha smesso di disprezzare i tamarri (Melania Mazzucco)”.

Periferica, decentrata, col sangue che viene di lontano, cresciuta nella Torino densa e intensa dei Subsonica, di Gigi Dag e Gabri Ponte, degli ultimi covi industrial per post-punkers e darkettoni, del cazzeggio in via Po e ai Reali, delle trecento persone in aula magna a Palazzo Nuovo (è ancora così?). Periferici si era sempre, e tamarri in ogni sfumatura, sotto la muffa sabauda. Nel nero sui vetri rotti delle foto e tra i fiori – indecisi, che assomigliavano a un centro e il confine, là dietro le Alpi. Il mare sempre troppo lontano per essere calmi.

Giusto un ricordo; a febbraio le immagini girano più in fretta.

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