Maria

“[…] Maria, alla mia destra – avevo la fortuna di stare nel letto centrale come Cristo in croce –, era un donnino piccolo, secco e giallo con la pancia tonda e gonfia, sullo stile di alcune rappresentazioni medievali del diavolo, di quelle che si vedono sulle pareti di vecchi castelli indemoniati. E di indemoniato Maria non aveva soltanto il colorito e la pancia minacciosa di oscuri parti, ma anche gli occhi marrone infuocato, buttati in un vuoto talmente preciso da assorbirla tutta, e i capelli ritti e duri intorno alla testa: dovevano essere stati un carré tinto di rosso mogano non molto tempo prima. Ci mancava soltanto che sputasse fuoco, poi il capolavoro sarebbe stato completo. Dimostrava un’età indefinibile fra i cinquanta e i sessantacinque anni, ma era minata nel corpo e nelle facoltà mentali alla stregua di una vecchia in fin di vita. Avevo capito dalle visite a cui era sottoposta che aveva gravi problemi al fegato, ma il suo disordine comunicativo e la mesta riservatezza di figlio e marito non lasciavano trasparire di più. E il figlio, un giorno, era anche scoppiato a piangere, in silenzio. La madre ormai – ma chissà poi da quanto – non era più in grado di alzarsi né di mangiare da sola: doveva sempre esserci qualcuno a imboccarla, mentre tremava avvicinando le labbra convulse al cucchiaio; faceva i bisogni in un pannolone che spesso e volentieri riusciva a sfilarsi (pure lei!) con sorprendente abilità, imbrattando poi le lenzuola con grande gioia degli OSS.

«Se continui a giocare con quel ditino lì sotto, sai dove te lo metto io? Eh, lo sai dove lo mettiamo il ditino?» la minacciava Antonio, tra il profondamente incazzato e il faceto. Erano abituati a vedere merda tutto il giorno, tutti i giorni; ma un conto era vederla nei pannoloni, altra cosa era dover pulire e cambiare continuamente la biancheria sotto a pazienti ormai inerti e poco collaborativi.

«No, dove lo mettiamo?» chiedeva Maria impertinente, ridendo con voce da bambina gaglioffa. Bastavano poche ore accanto a lei per capire che stava regredendo al galoppo in qualche area remota della sua infanzia sicula. Già, perché Maria era orgogliosamente sicula, e nei suoi soliloqui salivano spesso a galla Palermo, le Madonie, i cortili dei giochi d’infanzia con tanto di conte e filastrocche e perfino gli sciuri sciuri. Doveva essere un passato prepotente, il suo, che a furia di infrangersi con violenza contro al presente l’aveva spezzato riducendolo in frantumi. Dalle sue febbricitanti cantilene serotine si poteva però riuscire a mettere insieme qualche pezzo, e scoprire che era venuta su al nord per lavorare in Fiat come operaia. A Mirafiori, quando a Torino gli inverni erano ancora lunghi lunghi e nebbiosi. Lì sembrerebbe aver conosciuto suo marito, meridionale pure lui, e dopo una serie imprecisata di aborti spontanei avevano avuto un figlio che ora, a occhio e croce, avrà avuto non più di vent’anni. E poi c’era un cane, da qualche parte, forse due cani, che l’avevano spaventata a morte. L’avevano morsa, addirittura, e continuavano a morderla pure ora, in ospedale. E lei che chiamava un certo Carlo per mandare via i cani che la assalivano e poi quasi piangeva, con gli occhi lucidi ma asciutti. «Non sono stata io! Non l’ho fatto apposta papà!» gridava. Cigolava. Mugugnava. E poi sul più bello scoppiava a ridere, come se qualcuno le stesse facendo il solletico. «No Carlo no!» rideva contorcendosi quel poco che poteva. E intanto sotto alle lenzuola coglievo il movimento della mano, proprio là intorno al pannolone, mentre con gli occhi furbetti grandi come laghi simulava innocenza sul suo viso scavato e mortifero. Poi uno strappo, un altro, e il pannolone era bello che andato. «Non sono stata io! Non l’ho fatto apposta papà!» si difendeva quando arrivavano a redarguirla inutilmente. E mi fissava, mentre la pulivano; mi mangiava con quei suoi occhi insieme così pieni e così vuoti, spessi come pece. Mi incagliavo, in quella pece, come un gabbiano nel petrolio, e rimanevo anch’io lì a fissarla. Maria, che a tratti sembrava capire e che a sprazzi mi rivolgeva perfino delle domande”.

Da Tino non ci sta, romanzo

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