Come ridursi sempre all’ultimo… e farcela :)

Ero quella che a scuola consegnava sempre tutto puntuale. Le verifiche, i compiti, i soldi per la gita, documenti, questionari. Tutto ordinato nelle cartelline, a casa e nella borsa. Poi qualcosa ha cominciato lentamente a sfumare, negli anni, ad allentarsi. Fino ad oggi, totalmente integrata nel costume ellenico di pensarci all’ultimo – tanto tutto si aggiusta, ci dormi lo stesso. E ho sviluppato nuove abilità che, se da un lato minano l’equilibrio psico-fisico per le corse e la tachicardia di stare-per-mancare qualcosa di importante, dall’altro mi hanno aiutato negli ultimi mesi a risparmiare un sacco di tempo. Tempo di tela di ragno sabaudo-scolastica di preparazioni, controlli maniacali, precauzioni, portarsi avanti sempre avanti – non si sa mai, essere pronti, essere i primi! Appunto, non si sa mai, e allora perché pensarci prima, che poi magari non serve e va tutto in altro modo?

Volete un esempio?

Quando ho richiesto il passaporto, qualche settimana fa, ho dato una lettura veloce a quello che serviva, sul sito dell’ambasciata. Poi ho fatto le foto per il documento, le ho lasciate a decantare una settimana nel taschino senza controllare che le dimensioni fossero giuste (le ha cercate il fotografo prima di stampare, mi fidavo), senza andare a rivedere né appuntare gli altri requisiti da completare per la richiesta di persona – ho preso l’appuntamento di venerdì, ogni giorno della settimana mi dicevo che c’era tempo, che cos’altro vorranno? Venerdì mattina mi alzo un po’ prima, per passare dalla segreteria consolare prima di correre a lavoro – sempre di corsa, sempre di corsa per poter fare il resto con calma. Per scrupolo vado a rivedere su internet l’indirizzo esatto del posto, anche se mi sembra proprio di aver capito dov’è. Già che ci sono do anche una scorsa ai documenti che servono, giusto come conferma. E mi rendo conto, il tutto a poco più di un’ora dall’appuntamento per la consegna della richiesta, di:

  • non aver eseguito il pagamento preliminare dei costi per il rilascio del documento (116 euro)
  • non avere la ricevuta di pagamento (vogliono il cartaceo), e le copisterie dove poterlo andare a stampare, anche volendo, nella mia zona aprono non prima delle 9
  • non aver compilato la domanda – quella sì, stampata, ma poi dimenticata in borsa.

Sono già rassegnata a perdere il mio turno, a dover avvisare di nuovo, in ufficio, che potrei fare tardi un’altra mattina. Se mi fermo a pagare arrivo in ritardo all’appuntamento e non mi fanno passare; se non pago non posso comunque fare la richiesta. Opto per la prima soluzione, sono solo le 8. Eseguo il pagamento sul sito, e la banca mi dice che può essere completato soltanto dopo le 8:30. Preparo tutto il resto, la borsa, la roba del gatto che resta a casa e poi – sono le 8.30 – rifaccio tutta la procedura, ché nel frattempo è scaduta la sessione, ricompilo due o tre volte perché non prende alcuni spazi o caratteri e poi: il pagamento è confermato. La ricevuta salvata su chiavetta (wow, l’ho trovata senza mettere a soqquadro tutta la casa…), semmai trovassi un copistaro aperto sulla via – per accumulare ritardo al ritardo.

Esco, staffetta con me stessa, passi veloci. Sotto metro, sopra metro. Scorciatoie, un po’ di affanno – col cambio di clima ho anche la pressione bassa. Di copisterie aperte manco l’ombra, né intorno a casa né quando arrivo a Kolonaki, fra l’ospedale Evanghelismos, i musei e i palazzi delle varie ambasciate. Intanto trovo il consolato e con un vago giramento di testa salgo – giusto qualche minuto di ritardo, e guardie donne affabili che si complimentano per la mia giacca di finto camoscio.

Salgo e scopro una stanza tipo segreteria di scuola; un’atmosfera pacata e luminosamente stantia da ufficio pubblico, ma senza nessuno in coda, senza traffico. Tutto centellinato – il bello di essere italiani all’estero. Non c’è problema: mi stampano loro la ricevuta del pagamento da chiavetta (evvai), la foto anche se ho dimenticato di guardare le dimensioni per il passaporto italiano vanno bene (ero già pronta a tornare dal fotografo, nel caso). La domanda compilata in piedi nel vagone della metro passa dalla mia mano a quella dell’impiegata bionda, gentilmente neutrale o neutralmente gentile. Attraverso il vetro solo ghiaccio e silenzio, mannò: tanta fiducia reciproca.

Va tutto bene, ci andranno un paio di settimane minimo per il nulla osta da Torino. Dopo qualche giorno chiamo perché scopro che per prenotare il mio volo per New York serve anche il numero del passaporto – le combinazioni papabili stanno per finire, siamo sotto data – e allora? Allora il passaporto è già pronto e posso andare a ritirarlo. Meno di una settimana, volo bloccato sulla fiducia e confermato col numero di passaporto.

Quindi?

Quindi è vero che puoi pensare a tutt’altro, dedicarti a tutt’altro e non trastullarti il cervello con quello che devi fare, programmare, consegnare fra un mese, una settimana, tre giorni. È vero che puoi pensarci se e quando diventa davvero indispensabile, senza bruciare tempo ed energie prima – senza perderlo, il tempo, nella tela di ragno di chi deve sempre precorrere. Ma è anche vero, devo dirlo, che a volte ti sembra di perderci il fiato e svenire ingoiato da una voragine al centro dei tuoi spostamenti. Questione di priorità, forse, e di equilibri: e qui si apre il prossimo livello dell’auto-training.

 

2 pensieri riguardo “Come ridursi sempre all’ultimo… e farcela :)

  1. Avendo ereditato da mia madre il carattere ansioso, preferisco fare tutto in anticipo e devo dire che così “quasi” non soffro quando devo partire. Preferisco. Mia madre, che era sempre in grave ritardo, a qualunque ora iniziasse, soffriva molto di più, me la ricordo, col colorito tendente al bordeaux e la carotide che visibilmente le pulsava nel collo…

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