La casa gialla (racconto)

[Un racconto che ho scritto qualche anno fa, dove ricordi e mito familiare-generazionale si mescolano alla cronaca d’immigrazione. Un po’ acerbo, ma con alcune immagini che mi andava di condividere qui sul blog]

Non era la prima volta che fermava la macchina là sotto e che si attardava a guardare il retro della casa gialla, tornando dal centro. Anzi, era diventata quasi una consuetudine, una tappa per la quale spesso decideva all’ultimo momento di allungare il tragitto del ritorno. Da quando il sole tramontava così tardi, poi, e col tepore serotino di maggio, gli riusciva qualche volta di vedere la madre uscire sul balcone a ritirare i panni stesi, poco prima dell’ora di cena, forse, con movimenti lenti e accurati, poi richiamata improvvisamente in cucina per qualche urgenza familiare. Uno dei primi pomeriggi di caldo vero, era passato nella stradina sotto alla facciata principale, a piedi, e l’aveva vista annaffiare le piante sull’altro balcone, quello della camera da letto. Diceva qualcosa ai figli, giù in strada a giocare con la corda. Poco prima li aveva riconosciuti mentre correvano con altri bambini nel prato di fronte, sempre sotto lo sguardo attento e silenzioso della madre, vestita di lavanda. Un’altra volta ci era passato quasi per caso di mattina, presto: il padre usciva di casa con la borsa degli attrezzi e un’età indefinita, pieghe severe su un viso giovane. Di sopra, la bambina lo salutava vispa e snodata con le braccia sporte attraverso gli spazi del parapetto. E più tardi, quand’era ripassato, aveva incrociato la madre carica di borse, lo sguardo basso sopra un sorriso mite; tornava dal mercato insieme a una signora anziana che lo salutò, una vecchia vicina di casa di sua nonna. Le aveva viste insieme già davanti alla scuola, la giovane ad aspettare i figli, l’anziana il nipote, e si era stupito udendo i bambini scherzare coi coetanei in italiano, in italiano sfottendosi e sfidandosi con invidiabile dimestichezza e disinvoltura. Avviandosi sulla strada di casa, avevano tirato dritto davanti al kebabbaro, senza fermarsi nemmeno per salutare qualcuno in mezzo a tutta quella gente che tutti i giorni, da quando il tempo si era fatto invitante, affollava l’ingresso e il piccolo dehor fuori dal negozio. Erano tutti uomini in realtà, come quelli del vecchio bar Luce, proprio accanto. Si ricordò di quando da bambino ci passava davanti con la nonna, di come lei sveltiva il proprio passo e il suo, accelerandone il movimento con una mano sulla spalla, salvo poi indicargli, una volta lasciatisi alle spalle il branco, i più perdigiorno fra loro, di cui sapeva raccontare con grande abilità narrativa vita, morte, miracoli, malefatte e disgrazie familiari. Ma a volte le capitava di ritrovarsi faccia a faccia con uno di loro nelle sue commissioni, al mercato o davanti alla chiesa, e allora non le veniva di sottrarsi al saluto, a un breve scambio di cortesia; alcuni avevano lo stesso suo accento, e con questi parlava a un volume più alto, con una cadenza trascinata. Con la stessa parlata la sentiva raccontare e chiedere novità per telefono ai parenti di giù, mentre lui sottraeva furtivamente un’orecchietta dopo l’altra all’esercito di pasta cruda appena lavorata ben allineato sul piano di legno, nella penombra del tinello. Si chiese che cosa si preparasse ora, in quel cucinino nascosto nell’oscurità oltre l’uscio del balcone. Tutto, dall’esterno, era rimasto uguale. Non avevano ancora fatto ristrutturare la facciata, scorticata dal tempo e percorsa da increspature sui muri che tanti anni prima, dal balcone, lui si era ripetutamente divertito a spellare, esfoliandone briciola dopo briciola la gialla superficie. Chissà se anche i ragazzini di adesso si divertivano allo stesso modo.

Era quasi un anno, ormai, che abitavano lì. Non era stato facile vendere la casa, alla morte del nonno. Persuadere mamma e zia a cederla proprio a quella famiglia, poi, era stato ancora più difficile. – A mamma e papà non sarebbe piaciuto – dicevano, quando suo zio, loro fratello, osava manifestare interesse per l’offerta. – Sono mesi che cerchiamo di vendere l’appartamento, non so quando arriverà un’altra occasione – le ammoniva pacato ma deciso. – Ma non ti fa strano? Nella stanza in cui mangiavamo la pizza faranno il cous-cous, ci pensi? – lo esortava a ripensarci la mamma, particolarmente dispiaciuta all’idea di vendere la casa in cui era cresciuta a degli immigrati. L’altra, più pragmatica, pensava con timore al giudizio dei vicini di casa: sarebbe stato il primo di sei appartamenti ad essere occupato da stranieri. – E se poi succede qualcosa? Diranno «a chi hanno venduto quelli?». – Non credo proprio, – ribatteva allora lo zio, con un accenno di sorriso ironico sul viso – già nelle altre vie del quartiere ormai sono quasi tutti di loro. La zona si è svalutata, non possiamo chiedere di più –. E con lui convennero i cognati, convinti che ormai quello sarebbe stato il destino di un quartiere popolare e periferico. A nulla servì alla mamma ricordare di tutti i santini che affollavano la camera da letto, intorno alla specchiera e sui comodini; la minaccia di dover svendere la casa dopo altri mesi di vana attesa era più forte di quella di una profanazione del tempio della loro infanzia. Così, alla fine dell’estate, la famiglia marocchina prese possesso di quella che era stata la casa dei suoi nonni.

Tutto subito era rimasto profondamente affascinato dall’idea che la casa che aveva accolto i suoi nonni, arrivati dal Meridione, si preparasse ora ad ospitare una famiglia di immigrati; soltanto mesi dopo, passandoci vicino in macchina, fu preso dalla curiosità di sapere come fossero i nuovi abitanti e che effetto facesse cogliere le loro tracce su quella facciata tanto familiare. La prima volta riuscì a vederli sul balcone, mentre sistemavano casse di verdura e altri imballi. Aveva sorriso fra sé e sé ricordandosi dei racconti della madre, di quando lei e gli zii, da bambini, non stavano più nella pelle all’idea di aiutare a fare la conserva, o di quando arrivavano a trovarli i parenti di giù carichi di specialità con cui alimentare la loro scorta in cantina, dall’olio pugliese al vino buono, l’origano profumato e il caciocavallo da mangiare a merenda con pane e salame. Glielo aveva anche detto, alla madre, di averli visti. Voleva condividere con lei l’esaltazione per la scoperta di quelle somiglianze, e lei l’aveva preso come un invito a rivangare il proprio passato, a raccontare di come erano belli quei tempi, con la casa sempre piena di gente e di cibo. E poi di come si stava bene in quegli anni, dei vestiti delle cugine grandi negli anni Settanta, dei suoi negli anni Ottanta. Nel parco vicino, facevano tutti gli anni la festa dell’Unità; era bello, all’epoca. Torino era diversa e anche il mangiare aveva un altro sapore.

Stava per riavviare la macchina di fronte al balcone deserto, quando finalmente vide saltellare fuori la bambina, i capelli fluttuanti in due trecce scure e sottili. Prese a dondolarsi attaccata al bordo del parapetto; sicuramente stava canticchiando un motivetto. Poi uscì il fratellino a disturbarla: già da un po’ lei lo aspettava, sbirciando con indifferenza verso la cucina. Di loro sapeva soltanto che il padre lavorava in Italia da sette anni; così aveva riferito l’incaricato dell’agenzia immobiliare. Passò un paio di minuti, poi evidentemente qualcuno dovette richiamarli all’interno, dal momento che li vide precipitarsi l’uno dietro l’altro verso la cucina con balzi euforici. Anche lui, allora, ripartì per andare a casa.

La strada che stava percorrendo lasciandosi alle spalle la casa gialla era la stessa su cui i suoi occhi di bambino si fissavano impazienti e tenaci quando, le sere in cui la nonna faceva la pizza, si appostava sul balcone per avvistare le macchine dei genitori e degli zii arrivare in lontananza, da dietro gli alberi. Paziente nella sua impazienza, non abbandonava la postazione se non per correre ad annunciare i primi arrivi ai nonni e per fare gli onori di casa alla porta. Spesso condivideva il compito coi cugini, che però avevano tempi di resistenza molto più ridotti e lo lasciavano in solitudine per andare a cercarsi passatempi più coinvolgenti. Composto e silenzioso, aspettava imperterrito fino all’ultimo ospite, quasi che altrimenti non avrebbe potuto gustarsi a pieno la desiderata pizza. Per un attimo, rapito dalle manovre fluide della macchina e dal loro sottofondo tenue, riuscì a richiamare in sé quella sensazione di attesa commista ad euforia e appetito. La sensazione si dileguò presto, ma l’ombra dell’odore sfizioso del pomodoro e del basilico sotto le sue narici durò più a lungo. Quella fragranza piena e appetitosa che riempiva la casa fino al giorno dopo, fino a quando la nonna gli chiedeva di aiutarla a piegare le lenzuola fresche di bucato, con movimenti che diffondevano per le piccole stanze un profumo delicato e inebriante, più sfuggevole di quello della lavanda, messa a deodorare cassetti e armadi in sacchettini di velo. Era l’odore della camera da letto, la lavanda, e gli piaceva a tal punto che di tanto in tanto andava di soppiatto ad aprire i cassetti per sentirlo da vicino, direttamente sul naso. Poi, si stendeva sul letto fresco, con le braccia aperte e lo sguardo fuori dai vetri, perso fra gli alberi e le nuvole in transito sul cielo. E inventava, fra sé, delle storie complicatissime. Ripensandoci, quella casa gli era rimasta dentro soprattutto attraverso gli odori: l’erba tagliata dei prati intorno, i fiori del giardino a pian terreno, il dopobarba alla Colonia del nonno, che ne impregnava tutte le canottiere e le camicie e che dall’infanzia in poi sempre evocò in lui l’idea dell’autorità maschile, di una paterna fermezza. Come quella volta che nel prato, vicino alla ferrovia, si avvicinarono a loro tre zingarelli con la strafottenza degli adolescenti: il nonno ci parlò, scherzò alla sua solita maniera, a uno offrì anche la sigaretta che aveva chiesto e nessuno di loro osò prenderli in giro o provocarli. Accanto a lui, non si sentì per nulla minacciato.

Dopo gli odori, venivano i suoni, e con loro le parole. Quante volte la nonna, per addormentarlo o semplicemente perché era l’unico ad ascoltarla incuriosito, gli aveva raccontato fra quelle quattro pareti la sua infanzia in Puglia, durante la guerra. – I tedeschi sono cattivi, te li raccomando! – gli aveva detto ancora qualche tempo prima di morire, cercando di dissuaderlo dall’idea di un periodo di studio in Germania. Ma, in fondo, diceva così anche dei calabresi, sebbene ne avesse sposato uno. E poi l’appello di tutti i suoi fratelli, un aneddoto per ognuno di loro, da quello che perse un occhio per una mina nascosta in una bambola abbandonata ai tormenti della giovane suicida; dai giochi che facevano in strada, con la corda e con il cerchio, ai matrimoni più o meno fortunati. Un’enumerazione di vizi e virtù che ad ogni ascolto si arricchiva di nuovi particolari, di sfumature precise che rendevano la narrazione sempre nuova e accattivante. E a una realtà intrisa di povertà, decadenza e affetti che resistono, si intrecciavano episodi dal sapore fantastico, come l’occupazione degli arabi in casa loro per un mese, che costrinse la nonna e la sua famiglia a rifugiarsi in una stanzetta per cedere il resto delle camere agli ospiti inattesi. Ancora adesso non sapeva dire se gli abiti magnificenti e i cammelli sui quali sarebbero arrivati nella cittadina pugliese erano già in origine nel racconto o se non fossero piuttosto frutto di una sovrapposizione con una sua rielaborazione onirica.

Mamma, ti ricordi in che anno la nonna e i suoi fratelli sono arrivati a Torino? – chiese entrando in soggiorno, una volta rincasato. – Mi pare nel ’53, perché? –. – Così… –. Eppure gliel’aveva raccontato tante volte del suo viaggio, dei primi tempi nella città del nord, in quel quartiere popolare che nel giro di pochi anni si era trasformato in una colonia del Mezzogiorno alle porte del centro e nelle cui vie animate, quando era bambino, gli sembrava di cogliere una luce più mediterranea che altrove. Non se l’erano sentita, lei e i fratelli, di fare come i cugini che erano partiti per il Canada, e con cui negli anni avevano perso i contatti. A lei, invece, il solo pensiero di emigrare all’estero metteva la pelle d’oca. Così, quando si decise come sistemare quel che restava della famiglia, preso atto che giù non ci sarebbe stato niente per loro, i fratelli più grandi fecero le veci del padre morto in guerra e decretarono che un paio di sorelle sarebbero finite in convento, le altre su con loro a badare alla casa, in attesa di trovare un marito. E quando il marito lo trovò, sua nonna si trasferì con quest’ultimo nella casa gialla in mezzo al prato, in una viuzza poco trafficata, un po’ a parte dal resto del quartiere – Così isolata che ho paura a rincasare da sola quando viene buio – rimproverava al marito davanti a figli e nipoti.

Sedici giorni di deriva al largo delle Coste libiche…–. Sedici giorni in un fetido incubo di morte, terrore, fame e sete, dove i compagni di viaggio si trasformano uno dopo l’altro in orribili cadaveri. Si stavano riabituando a notizie del genere, soprattutto da quando erano cominciati i bombardamenti sulla Libia di Gheddafi. Ai barconi che verso il Nord cercavano libertà, rispetto e lavoro, si erano aggiunti quelli che sfuggivano dalla guerra e dalla violenza. Da tante guerre e da tante violenze. – Povera gente – disse la madre passandogli il piatto col contorno, mentre scorrevano le immagini di quei grandi pescherecci sporchi e arrugginiti, con centinaia di persone sfinite stipate a bordo, talmente vicine che sarebbe stato impossibile mettere a fuoco uno di loro in particolare. Una massa misera e indifferenziata nella sua compattezza, in cui nessun volto riusciva a spiccare sugli altri. Sarà arrivato così, il padre, si chiese pensando alla nuova famiglia della casa gialla. Il suo viso giovane e severo sarebbe potuto essere quello di uno dei tanti profughi che approdavano sulle coste di Lampedusa sotto i suoi occhi, nel televisore. E forse è proprio il viaggio a scavare sui volti giovani pieghe severe, che ne cambiano l’espressione per tutta la vita. Sicuramente, abbandonando il Marocco, aveva dovuto affrontare una simile avventura. Desiderò sapere, in quel momento, con quale ondata fosse arrivato l’uomo, se il suo barcone era uno dei tanti che fecero notizia per qualche motivo, se aveva visto morire dei compagni. Sapeva che le difficoltà non finiscono all’approdo sulla terraferma, ma che continuano anche dopo, insieme alle insidie del nuovo paese. Doveva aver trascorso giornate intere in qualche centro di accoglienza giù in Sicilia, pensò, e poi magari avrà cominciato a lavorare al Sud, nella raccolta di frutta e verdura, come tanti altri. Si ricordò della rivolta di Rosarno, che l’aveva impressionato all’epoca dei fatti, quando si temeva che potesse innescare tutta una serie di disordini in altre parti d’Italia. Anche lui, forse, prima di venire Torino e di attraversare chissà quanti altri posti, aveva pagato il suo pegno scontando un periodo di schiavitù in mezzo ai campi. E poi, una volta in città, con un mestiere e i documenti in regola, sarà stato raggiunto dalla famiglia, e avranno cominciato a mettere da parte i soldi per poter comprare una casa. Ma tutte queste non erano che vane e romantiche congetture alimentate da quel poco che poteva immaginare su di loro attraverso le notizie dei telegiornali. Soltanto loro avrebbero potuto donargli la propria storia, accettando di raccontargliela; ma, nonostante le intenzioni, non aveva mai avuto il coraggio di chiedergliela, di suonare a quel campanello su cui non erano cambiati che i cognomi, anche soltanto per rivedere un’ultima volta la casa in cui aveva trascorso gran parte di infanzia e adolescenza, sviluppando la propria sensibilità e la fantasia attraverso i suoi odori, la sua luce, i suoni e i ricordi che la abitavano.

E il coraggio per bussare a quella porta, non lo trovò nemmeno nei giorni successivi, sebbene l’assottigliarsi del tempo a sua disposizione lo incalzasse a un atto di audacia. Lo animava l’idea di scrivere qualcosa, un racconto o una sceneggiatura, sull’esperienza di due immigrati in un centro di accoglienza, possibilmente una storia d’amore: un lampo luminoso nell’attesa incolore e inespressiva di conoscere il proprio destino. Ma non ne sapeva nulla, e avrebbe desiderato farsi aiutare da quei testimoni diretti che giorno dopo giorno teneva d’occhio con una sensazione crescente di bisogno e attaccamento. E dire che negli ultimi tempi si burlava di sua nonna quando questa gli chiedeva di scrivere un libro sui suoi ricordi, sulle sofferenze della sua vita, dalla guerra alle disgrazie familiari, la fame, la povertà, la risalita e il duro lavoro, controbilanciati da tutta una serie di aneddoti collaterali di una comicità rustica e spietata. Avrebbe forse avuto un suo interesse sociologico nell’inventario dei luoghi comuni a cui avrebbe dato spazio, da quelli subiti in quanto meridionali cafoni e truffaldini in arrivo nelle nebbie del grigio Nord, a quelli professati sulla falsità e tirchieria dei piemontesi, sul fanatismo dei calabresi e su molte altre cose. Ne sarebbe venuto fuori il quadro di un’Italia frammentata nei provincialismi e nel pregiudizio, unita nella comune, reciproca diffidenza, quando non ostilità. Così, almeno, nella testa e nelle parole, perché nei fatti meridionali e nordici, pugliesi e calabresi, napoletani e siciliani, veneti e piemontesi si sposavano fra loro, lavoravano insieme nelle stesse fabbriche, conducevano le medesime battaglie sindacali e portavano i figli a giocare nello stesso giardinetto. E questo, alla fine, era l’affresco che veniva fuori assistendo ai dialoghi fra nonni e genitori al parco, quando da piccolo lo portavano a giocare con cugini e amici. I grandi ormai parlavano di tutt’altre cose, preoccupati del pericolo della guerra del Golfo per i rifornimenti dei supermercati e indignati per Tangentopoli; e ognuno, nei dibattiti lunghi pomeriggi interi, sempre con un occhio ai bambini, metteva il suo giudizio, la sua visione carica del vissuto personale e delle idee maturate in anni di esperienza, ma anche dei vecchi, rassicuranti luoghi comuni adattati di volta in volta al contesto e ai suoi attori, con la certezza di vederci giusto e lontano. Così, sollecitati dalla paura, dai ricordi e da una qualche presunzione di chiaroveggenza, i nonni venivano accompagnati almeno settimanalmente da figli e nipoti ad accaparrarsi scorte di qualsiasi bene a lunga conservazione nei supermercati, dall’acqua al detersivo, – Perché poi, se ci tagliano il petrolio, voglio vedere cosa si trova in giro –. Era l’epoca in cui ragazzini nordafricani stazionavano nei parcheggi dei supermercati a chiedere la monetina del carrello; e ce n’era uno, gracile e spiritoso più degli altri, al quale la nonna non riusciva proprio a resistere. A furia di borbottargli contro, l’aveva preso in simpatia e, non si capiva se per compassione o per tenerlo alla larga, cominciò a lasciargli dopo ogni spesa il carrello vuoto in consegna, apostrofandolo per nome. Le ricordava, diceva ridendo in macchina davanti ai rimbrotti dei figli, che le raccomandavano la diffidenza nei confronti degli sconosciuti, i guaglioni furbetti che aveva visto a Napoli andando a trovare le sorelle suore.

Tutto questo quando ancora il parco era integro e immenso appariva, agli occhi dei ragazzini, il prato in cui sfogare la propria giovane energia. Quando finalmente decise di ripassarci vicino a piedi, ne ebbe un’impressione di desolazione e squallore: in gran parte devastato e inagibile sotto il disordine del cantiere, languiva in attesa di diventare una grande stazione, uno strategico snodo ferroviario della città. Soltanto un lembo di verde era stato lasciato libero, sul ciglio della strada: quello da cui salutavano la nonna quando il nonno li portava a giocare prima di pranzo, mentre lei staccava il basilico da uno dei tanti vasi sul balcone. Era lì che da un paio di estati gruppi di immigrati, per lo più romeni, si davano appuntamento la domenica per grigliate e picnic nell’erba, come sotto un sole di campagna o di mare, dentro la città. – Hanno ripopolato la domenica – pensò, passeggiando sul marciapiede accanto, da solo. – Che peccato che distruggono il parco – si era lamentata sua madre, quando ne avevano parlato a casa. – Quando ero piccola io c’era ancora più verde; tutto il corso vicino era prato, c’era la cascina di fronte, sai? –. Lo sapeva, gli era già stato raccontato tante volte, sul balcone, guardando quella che doveva essere una mezza campagna intorno al quartiere in espansione. Che fu periferia e che ora si ritrovava quasi ad essere semicentro, coi casermoni orribili dai soffitti bassi e dai balconi perennemente ombrosi che chiudevano la vista sulle colline, da un lato, e sulle montagne, dall’altro. Non sembravano mai abbastanza, e si andava avanti costruendone rapidamente di nuovi. Perché la zona, con la nuova stazione in collegamento diretto con Milano, si sarebbe enormemente rivalutata. – Com’era bello, facevamo tutta quella strada in bicicletta. Poi andavamo a prendere le uova, c’erano le galline che razzolavano, cose che i bambini di adesso si sognano, vero?- ripeteva al figlio ogni volta che passavano di là insieme, in macchina. Le si leggeva un riverbero di nostalgia negli occhi. A tratti sembrava dissociarsi da quella che, insieme agli altri familiari, a uno degli ultimi pranzi a casa del nonno, esultava per lo smantellamento di un parco ormai frequentato più da tossici e prostitute che non da bambini e nonni. – Meglio che fanno i lavori, visto come si è ridotto. Tra drogati, battone e rumeni che ci fan le loro scampagnate… –. E il problema era che lui, osservandoli dal balcone sul retro, li invidiava quasi, quei gruppetti giulivi di stranieri che si godevano l’aria della tarda primavera accampati intorno a quegli alberi che da tempo non frequentava più. C’erano anche un pomeriggio che il nonno era già morto, e che genitori e zii dibattevano sulla vendita di quelle quattro mura, sedendo per l’ultima volta tutti insieme nel piccolo tinello, bisticciando per arrivare alle medesime conclusioni.

Un tardo pomeriggio, l’estate era ormai matura, si decise a cercare il dialogo coi nuovi abitanti della casa gialla. Nessuno rispose al campanello, e il sollievo fu proporzionale allo sforzo fatto per premere il tasto. Prese allora a girovagare a distanza di sicurezza, e allontanandosi incrociò inaspettatamente la donna col bambino; tornavano verso casa. Le sorrise senza aver nemmeno deciso se fermarla o meno; percepì i segnali dell’indecisione e dell’ansia sulla propria bocca incerta, nel suo passo e, di riflesso, sul velo di turbamento che ombreggio il volto della donna; annusò la sua diffidenza mentre si affrettava, spingendo il figlio davanti a sé, a lasciarsi alle spalle lo sconosciuto, di cui forse la faccia non le era nuova. Di sera, scese dall’auto con l’idea di richiamare l’attenzione della famiglia non appena si fossero affacciati. Era la sua ultima occasione: avrebbe voluto salutarli da uomo, non da fantasma. Uscì il padre a fumare, dopo cena; le stesse abitudini di suo nonno. Fece per avvicinarsi timidamente, perché non avrebbe mai potuto giustificare la sua inerzia quando sarebbe stato lontano. Prima ancora che potesse richiamarne l’attenzione con un cenno, l’uomo gli inchiodò il suo sguardo severo addosso, senza più distoglierlo. Non poté rendersi conto di quando quegli occhi impietosi smisero di spingerlo indietro; si allontanò evitandoli come un intruso qualsiasi, prima a piedi, poi in macchina, lontano, lontano, e ancora sentiva sulle spalle il calore dello sguardo, il calore che gli sussurrava di andarsene, di lasciarli in pace. Il giorno dopo sarebbe partito per l’America: l’offerta era buona, il trasferimento messo in conto da tempo. Non avrebbe mai più rivisto la casa gialla.

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