Versi #20 (Saìli)

C’è un posto che si dimentica ogni volta

dove sorge il sole fra mare e montagna. Il sole

è anni ’90. Giallo secco e blu. Marrone terramadre.

Saìli fra le mani è un’onda,

fra le mani il viso brucia e un velo bianco

aria d’Oriente la notte, sulla spiaggia nascosta ancora ottomana

un accampamento.

Gli occhi di chi cura hai Saìli fra le mani nel raggio

approssimazione e affondi

nessuno lo sa, perché come le barche la notte sei

così vicino così lontano che non sai

nemmeno tu lo sai

fra le luci che vacillano – non sono il sole

ma poi ti basta una linea una canzone.

 

Tu che sai,

perché c’è nel sangue tuo un’invasione dopo l’altra d’occhi antichi persi: Saìli sei

nel tramonto, e nell’alba soprattutto nuovo

all’orizzonte incerto lì soltanto

ο Ήλιος non fraintende e sviene

tra il profumo di fiori e il soffio caldo che sbuffa

da dentro la terra che ti disegna ed isola.

Giallo secco e blu. Marrone terramadre.

A Rethymno con Donnie Darko

Per un singolare caso sono partita per Creta in nave la mattina dopo la sera in cui ho visto per la prima volta Donnie Darko (dopo anni di “devo ancora vedere Donnie Darko“, ma ogni cosa a suo tempo…). Serata agostana d’Atene, cinema all’aperto tra l’industrial e il campagnolo su sedie vecchie, consumate e scomodissime. E cosa c’entra Donnie Darko con Creta o, per la precisione, con Rethymno?

donnie-darko-rabbit-malvina-massaro-blog-crohn-stomia-rethymno-creteAvete visto Donnie Darko? Tante letture possibili – per me quella sull’ebbrezza-potenza adolescenziale resta la principale e più interessante –, ma soprattutto un buco nero di perché che ti resta dentro come un colpo di pistola. C’è un bivio nella vita di Donnie, un momento in cui la realtà si sdoppia e si frantuma in due possibilità, due strade parallele e comunicanti: muore o non muore il ragazzo quando il pezzo del motore di un aereo precipita sulla casa in cui vive centrando la sua stanza? Non lo sappiamo, ma in realtà sembra proprio scampare alla morte e vivere qualche settimana di bravate collegiali, amori, studi (con un’ossessione per le teorie sui viaggi nel tempo) e soprattutto visioni, interazioni con l’altra dimensione attraverso il misterioso coniglio. Un tumulto di sensazioni apocalittiche com’è tipico dell’adolescenza più viva: morte e risveglio, esplosione, molteplicità e febbre, paura e delirio d’onnipotenza. Poi a un certo punto, per effetto di una strana concatenazione di eventi che portano anche alla morte della sua ragazza e del ragazzo della sorella, Donnie si scopre morto nella sua stanza in seguito alla caduta di un pezzo di motore di aeroplano in volo. La ragazza, ora di nuovo viva, passa davanti alla famiglia radunata fuori dalla casa dopo l’incidente: li (ri)conosce o no? Ha mai avuto niente a che fare con Donnie? Continua a leggere “A Rethymno con Donnie Darko”

Πυξ Λαξ: un po’ di sano rock greco

Un pezzo di storia della musica greca. Visti dal vivo con tanto fuoco, aria e birra nell’aria. Due lune fa e fra i concerti più intensi dell’estate. Ma con quel qualcosa in più di non so che e slanci rock da video anni ’90. Tutta un’immersione in bianco e nero di parchi e grigio-verde. Freddo che brucia, fari di macchine e fiamme. Promesse alla luna o forse domande.

Brutti, sporchi e forse anche cattivi

La poesia del brutto in un Ferragosto di città può anche esplodere – la poesia dell’agosto in città d’altronde ha tante sfumature, se volete leggere anche l’articolo che ho pubblicato l’anno scorso negli stessi giorni (qui). La poesia del brutto agostano intasa spiagge autobus e metro alle porte della città, e non sai se è il vuoto generale a rendertela d’un tratto così evidente o se sono i suoi agenti poetici ad uscire allo scoperto soltanto quando la città si svuota.

Partiamo con l’idea di farci il pomeriggio in una spiaggetta relativamente tranquilla e panoramicamente interessante appena fuori Atene, per non frustrare la giornata libera nel traffico dell’andata-ritorno di chi si spinge più in giù sulla costa. La spiaggia è una specie di frana dove doveva esserci parte della passeggiata che ora percorriamo in costume: una panchina issata su un blocco di cemento ancorato chissà come si staglia sulla superficie dell’acqua a qualche metro dagli scogli: ed è già poesia diretta sul tramonto.

Poi facendoti largo fra coppie di amici pakistani, tante coppie che così tante non te ne aspetti, e gruppi di pakistani con le donne che vestite si immergono e gli uomini, alcuni con un’insolita postura di comica spavalderia all’Alberto Sordi: ma è il dì di festa. Facendoti largo dicevo cerchi il tuo posto, e la spiaggia che ti ricordavi come relativamente tranquilla e relativamente appartata si rivela un fitto parco di corpi di tutte le età e misure, per lo più mangiante, esteso sulla sabbia espanso fin dentro il mare intorbidito. Pance sfatte come è raro vederne sulle isole battute dal turismo scolpito e coltivato. Tatuaggi a cazzo, tanti e urlanti; bambine che come i tatuaggi gridano a riva e se non le guardi puoi immaginare facilmente di essere in qualche meta molto più esotica, circondato di scimmie da spiaggia. Mamme che imboccano i loro piccoli senza tregua, passando dall’anguria allo yogurt ai biscotti da ciucciare per stare buoni e non toccare il telefono della zia. Una mamma monumentale che fa davvero pensare alla Isida di Manfredi in Brutti, sporchi e cattivi, che esce ancheggiando dall’acqua e indicando il sole rosso prossimo al tramonto dice al bambino “guarda la luna piena” (e non sto scherzando). La guardano anche i cani gonfi la luna piena, proprio quelli del Vernacoliere, adagiati davanti al bar col pelo interrotto da abrasioni e terriccio. Indietro sotto gli alberi si sparecchiano i resti di qualche pic-nic, e frighi portatili tutt’intorno da cui continua a uscire roba avvolta nella carta stagnola che luccica pure lei come il mare al calare del sole. Galli cedroni sfatti e consumati pendono impettiti contro i pali della passeggiata; si sentono più liberi e disinvolti, ora che la concorrenza più ingombrante sarà in giro per le isole dove si spende un sacco. Sulle spalle spenzola un asciugamano bianco che sa di rubato in qualche albergo, di quelli dove ti ricordano che la biancheria da camera non è intesa come materiale da toga party. Continua a leggere “Brutti, sporchi e forse anche cattivi”

Stomia e aereo: come affrontare il check-in per i voli extra-europei

Riparto dal mio ultimo post, e cioè dal viaggio a New York, e cioè il mio primo ingresso negli Stati Uniti. Con farmaci per il Crohn e forniture per stomia, of course.

Ma come ci si prepara a un viaggio extra-continentale quando si parte con una malattia cronica? Mi riferisco soprattutto al check-in e alle dichiarazioni da compilare al primo ingresso in un paese extra Schengen, quando si prospettano controlli molto più capillari e severi. Di te, del tuo bagaglio, di quello che dici.

stomia-aereo-viaggi-crohn-forniture-sacchettiniCome prima cosa, pensate alle forniture di cui avete bisogno e fate in modo di procurarvele ben prima del viaggio; sarà scontato, ma è sempre meglio partire con un po’ di scorte, piuttosto che rimanere senza medicine, sacchettini o altro. Personalmente, poi, distribuisco le forniture sia nel bagaglio da stiva che in quello a mano (se consentite), in modo da avere comunque una scorta disponibile in caso di smarrimento o trattenuta di uno dei due bagagli.

Altra cosa importante è viaggiare con delle dichiarazioni mediche da esibire ai controlli in caso di perquisizione su di voi o del bagaglio, durante la quale potrebbero chiedervi perché abbiate dietro quei farmaci, o che cos’è lo spessore che sentono al tatto sotto alla vostra maglia (a meno che non vogliate passare per kamikaze con un bel marsupio esplosivo attaccato alla pancia giusto prima di imbarcarvi). Nel mio caso, il certificato prodotto dal medico mi copriva su tutta una serie di spinosi punti:

  • non infettività della malattia;

  • necessità di mantenere la terapia anche in viaggio, con assunzione quotidiana dei tali farmaci (nomi e descrizione);

  • effettiva presenza della stomia e relativo bisogno delle forniture per i cambi = giù le mani dalla mia roba!

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Com’è vicina New York

Circa 10 ore di volo – un sonnellino, uno o due film, un paio di pasti, qualche pagina da leggere, oppure un po’ di sano black-out – e da Atene sei a New York, a bordo di un volo dove la prima lingua è l’arabo e tutto intorno a te è crema e oro e velette e luce fuori, di un giorno che non vuole finire mai.

Chi mi conosce lo sa, non mi allontanerei mai dalla vecchia Europa – o, meglio, da quel ventre magico che è per me il Mediterraneo. Gli Stati Uniti in particolare, a parte una breve infatuazione adolescenziale fatta più di sogno che di desiderio, mi hanno sempre suscitato una forma di resistenza. Non paura, più un’antipatia mista a incolmabile senso di lontananza. Una specie di trauma pre-esperienziale. Come un non voler tornare dove non sei mai stato. Finisce che devo andarci per lavoro, e sono dell’umore giusto per affrontare la novità. Continua a leggere “Com’è vicina New York”

Sempre un gran figo col fuoco dentro

Musicalmente parlando è un anno di grazia: quasi tutti i miti viventi – quelli con cui si è formata buona parte del mio immaginario nell’adolescenza – stanno passando da Atene in concerto. Dopo i Bauhaus in inverno, e in attesa dei Cure, New Order e Dead can dance, ieri sera è stata la volta dell’iguana immortale: Iggy.

Quando a salire sul palco è un artista-varco te ne accorgi subito, senti il brivido dell’invasamento di massa. Lo senti, il dio che passa e tocca e respira, come nei poemi epici. Vuole la folla, per alimentare meglio il fuoco che ha dentro. Ha bisogno di incendi, per mantenere accese fiamme che a volte si dimenticano, nei discorsi che ci disinnescano. Energia grezza, potere puro. La storia dentro, che brucia nel fuoco e nei movimenti memorie, che sembrano indolore. È questa la chiave, lasciar bruciare?

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La casa gialla (racconto)

[Un racconto che ho scritto qualche anno fa, dove ricordi e mito familiare-generazionale si mescolano alla cronaca d’immigrazione. Un po’ acerbo, ma con alcune immagini che mi andava di condividere qui sul blog]

Non era la prima volta che fermava la macchina là sotto e che si attardava a guardare il retro della casa gialla, tornando dal centro. Anzi, era diventata quasi una consuetudine, una tappa per la quale spesso decideva all’ultimo momento di allungare il tragitto del ritorno. Da quando il sole tramontava così tardi, poi, e col tepore serotino di maggio, gli riusciva qualche volta di vedere la madre uscire sul balcone a ritirare i panni stesi, poco prima dell’ora di cena, forse, con movimenti lenti e accurati, poi richiamata improvvisamente in cucina per qualche urgenza familiare. Uno dei primi pomeriggi di caldo vero, era passato nella stradina sotto alla facciata principale, a piedi, e l’aveva vista annaffiare le piante sull’altro balcone, quello della camera da letto. Diceva qualcosa ai figli, giù in strada a giocare con la corda. Poco prima li aveva riconosciuti mentre correvano con altri bambini nel prato di fronte, sempre sotto lo sguardo attento e silenzioso della madre, vestita di lavanda. Un’altra volta ci era passato quasi per caso di mattina, presto: il padre usciva di casa con la borsa degli attrezzi e un’età indefinita, pieghe severe su un viso giovane. Di sopra, la bambina lo salutava vispa e snodata con le braccia sporte attraverso gli spazi del parapetto. E più tardi, quand’era ripassato, aveva incrociato la madre carica di borse, lo sguardo basso sopra un sorriso mite; tornava dal mercato insieme a una signora anziana che lo salutò, una vecchia vicina di casa di sua nonna. Le aveva viste insieme già davanti alla scuola, la giovane ad aspettare i figli, l’anziana il nipote, e si era stupito udendo i bambini scherzare coi coetanei in italiano, in italiano sfottendosi e sfidandosi con invidiabile dimestichezza e disinvoltura. Avviandosi sulla strada di casa, avevano tirato dritto davanti al kebabbaro, senza fermarsi nemmeno per salutare qualcuno in mezzo a tutta quella gente che tutti i giorni, da quando il tempo si era fatto invitante, affollava l’ingresso e il piccolo dehor fuori dal negozio. Erano tutti uomini in realtà, come quelli del vecchio bar Luce, proprio accanto. Si ricordò di quando da bambino ci passava davanti con la nonna, di come lei sveltiva il proprio passo e il suo, accelerandone il movimento con una mano sulla spalla, salvo poi indicargli, una volta lasciatisi alle spalle il branco, i più perdigiorno fra loro, di cui sapeva raccontare con grande abilità narrativa vita, morte, miracoli, malefatte e disgrazie familiari. Ma a volte le capitava di ritrovarsi faccia a faccia con uno di loro nelle sue commissioni, al mercato o davanti alla chiesa, e allora non le veniva di sottrarsi al saluto, a un breve scambio di cortesia; alcuni avevano lo stesso suo accento, e con questi parlava a un volume più alto, con una cadenza trascinata. Con la stessa parlata la sentiva raccontare e chiedere novità per telefono ai parenti di giù, mentre lui sottraeva furtivamente un’orecchietta dopo l’altra all’esercito di pasta cruda appena lavorata ben allineato sul piano di legno, nella penombra del tinello. Si chiese che cosa si preparasse ora, in quel cucinino nascosto nell’oscurità oltre l’uscio del balcone. Tutto, dall’esterno, era rimasto uguale. Non avevano ancora fatto ristrutturare la facciata, scorticata dal tempo e percorsa da increspature sui muri che tanti anni prima, dal balcone, lui si era ripetutamente divertito a spellare, esfoliandone briciola dopo briciola la gialla superficie. Chissà se anche i ragazzini di adesso si divertivano allo stesso modo. Continua a leggere “La casa gialla (racconto)”

Come ridursi sempre all’ultimo… e farcela :)

Ero quella che a scuola consegnava sempre tutto puntuale. Le verifiche, i compiti, i soldi per la gita, documenti, questionari. Tutto ordinato nelle cartelline, a casa e nella borsa. Poi qualcosa ha cominciato lentamente a sfumare, negli anni, ad allentarsi. Fino ad oggi, totalmente integrata nel costume ellenico di pensarci all’ultimo – tanto tutto si aggiusta, ci dormi lo stesso. E ho sviluppato nuove abilità che, se da un lato minano l’equilibrio psico-fisico per le corse e la tachicardia di stare-per-mancare qualcosa di importante, dall’altro mi hanno aiutato negli ultimi mesi a risparmiare un sacco di tempo. Tempo di tela di ragno sabaudo-scolastica di preparazioni, controlli maniacali, precauzioni, portarsi avanti sempre avanti – non si sa mai, essere pronti, essere i primi! Appunto, non si sa mai, e allora perché pensarci prima, che poi magari non serve e va tutto in altro modo?

Volete un esempio? Continua a leggere “Come ridursi sempre all’ultimo… e farcela :)”

Youtube, due fricchettoni e la serata finisce a Urbino

Massì, lo sai, quando lasci correre Youtube dopo che hai ascoltato quello che cercavi, e lui va a scandagliare fra quello a cui non pensavi ma che era lì che aspettava avessi le mani nel detersivo dei piatti per uscire fuori e portarti in un posto a caso. E dal reggae siciliano ti ritrovi dopo quasi dieci anni a Urbino fra due cugini fricchettoni, le case vecchie l’insalata e i ravanelli. Loro sono i Duo Bucolico, godetevi la voce e i riverberi giamaicani del Montefeltro ipnotico…