Vivere con una malattia cronica: alcuni aspetti pratico-cronologici

Non si vedono ma ci sono: patologie croniche e disabilità invisibili

Che cosa significa vivere con una malattia cronica non visibile ma presente, come ad esempio le malattie infiammatorie croniche intestinali?

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Significa, fra le prime cose, ristrutturare la gestione del proprio tempo e incorporare nuove scadenze che si trovano a scandirlo. Significa metterci altro tempo e altre energie per prevenire ogni possibile complicanza o incidente (ad esempio in viaggio); significa avere da qualche a molti pensieri in più e dover sempre, o quasi, giocare d’anticipo. Significa anche portare dentro di te un segreto che gli altri non vedono: non lo sanno, gli altri, di quanto possa essere più difficile o faticoso per te, come per chiunque altro abbia un’anomalia invisibile. Continua a leggere “Vivere con una malattia cronica: alcuni aspetti pratico-cronologici”

Avevo un presente che era dio…

…e faceva il cameriere. Anzi, forse due: sono politeista. Prepariamoci di nuovo all’Emilia – acida o paranoica? E intanto ora ho una collega con cui capita di parlare anche di loro, dei CCCP: chiudo gli occhi, e li riscopro per la prima volta in qualche bettola industrial delle periferie del nord, di quelle dove ci si agita. Ci ballo la danza del ventre, oggi, Islam punk und punk Islam – oggi che è da un po’ che non mi perdo a Bodrum. Dove all’alba senza essere andato a dormire ti vesti per correre nei vicoli al canto della preghiera, e non sai nemmeno tu che odori hai addosso. E corri verso il porto. Verso l’aeroporto. A oriente dell’Oriente che è di nuovo Romagna mia. Islam punk und punk Islam.

Istanbul tanz,

Istanbul tanz,

Istanbul tanz, tanz, tanz.

Tanz Istanbul,

Tanz Istanbul,

Istanbul tanz.

Istanbul tanz.

Cosa mi fa innamorare ogni giorno di Atene

È stato amore a prima vista, quello con Atene. Un gioco di sguardi, una questione di pelle e brividi, di riverberi. E l’ho capito subito, fra tutti i posti in cui mi era capitato di passare qualche giorno, che qui era casa mia – il mio centro, la mia fedeltà. La figura complessa e splendente di cui continuare a innamorarmi ogni giorno.

Ma cos’è che mi lega più di tutto a questa città alla quale da qualche anno – o forse da sempre – mi sento appartenere? Sono i greci stessi, a volte, a chiedermelo. E allora che cosa posso dire, fra le tante cose? Continua a leggere “Cosa mi fa innamorare ogni giorno di Atene”

Corpi metropolitani

E poi accade che due storie collidano entrando nel vagone della metro. Come mi è successo ieri.

Ma cos’è, non mi vede? Perché deve per forza schiacciarmi e travolgermi? Ma poi forse lei pensa la stessa cosa di me. Non la vedo, che si infila a difficoltà fra la gente fra le porte? Non la vedo che ha bisogno di spazio e la attraversa un filo di preoccupazione, in faccia, di ansia? In quel momento non lo vediamo, ci scontriamo e basta – si sente a pelle che siamo indispettite da quella frizione.

Corpi che sono disfunzioni. DNA. Un modo sbagliato di assorbire, gonfiori e aperture, ferite aperte da proteggere, d’etere e di carne. Ci guardiamo poi sott’occhio e lo capiamo, una volta sistemate. Quasi con compassione, ora, con comprensione: ce l’abbiamo fatta, siamo riuscite tutte e due a prendere la nostra corsa verso i doveri del giorno.

Corpi metropolitani che si scontrano.

La mia prima volta in TV

Com’è che quella bambina timida e ragazzina ritrosa si ritrovi poi continuamente a parlare in pubblico per lavoro o altro non lo so, o forse sì: attrae ciò che ci spaventa, perché è grazie a quella paura che sale su l’adrenalina.

Ecco allora che dopo qualche presentazione un po’ naïf in presenza, era ora di affrontare anche il mostro della TV. Partendo dal presupposto che non amo la mia voce registrata, ma anche dalla consapevolezza che fare questa breve intervista è stato qualcosa di nuovo e divertente.

Ringrazio Antonio Orlando, Nicola Decio Dimatteo, Tonia e tutta la redazione di VOX LIBRI per un battesimo comodamente consumato dal divano della mia casa ateniese e per la loro freschezza.

L’intervista, che svela genesi e motivi principali del romanzo Tino non ci sta, sarà trasmessa da oggi venerdì 29/03 per una settimana secondo il palinsesto che trovate qui: VOX LIBRI. La dedico anche ai frequentatori più assidui del blog, a voi che scrivete, a voi che curiosiamo reciprocamente nei nostri mondi.

**Buon venerdì**

Poesia della vita da impiegata

Ci penso la sera, mentre sono in metropolitana che torno a casa. Il venerdì pomeriggio quando bevo il caffè alla scrivania per godermi meglio la vigilia del fine settimana. Il sabato lo amo, è pioggia e sole insieme. Tutto. È l’imbarazzo della scelta.

Le cose hanno il sapore di una conquista perché te le guadagni, anche il sonno – che accarezzi avvicinandotici lentamente. C’è la paura ma c’è anche il senso di libertà dato dalla responsabilità condivisa: puoi fare del tuo meglio senza preoccuparti troppo del piano, del futuro, e così puoi pensare anche a te – ai tanti te oppure al nessuno che senti di essere in ogni tua fase. Ci stai dentro, assorto nei tuoi compiti, e poi fuori nei tuoi rituali. Continua a leggere “Poesia della vita da impiegata”

Versi #18 – Maghreb

Ché i tuoi cavalli ti portavano a Occidente
dove annega il sole che non è più mediterraneo.
Cosa sognavi, deragliando nella sabbia?
Sparpagliando la tua casa per terra e per mare
accecato dalla luce
trascinato, come uno zingaro
verso il tramonto
fra curiosità di poeta che bruciano e palpiti densi.
La madre, fra palpiti densi nell’erba verde che non immagini.
Fra Pesaro e Urbino
si parlava di Dario Argento
e di un poeta iracheno.
Non era casa tua.

Maria

“[…] Maria, alla mia destra – avevo la fortuna di stare nel letto centrale come Cristo in croce –, era un donnino piccolo, secco e giallo con la pancia tonda e gonfia, sullo stile di alcune rappresentazioni medievali del diavolo, di quelle che si vedono sulle pareti di vecchi castelli indemoniati. E di indemoniato Maria non aveva soltanto il colorito e la pancia minacciosa di oscuri parti, ma anche gli occhi marrone infuocato, buttati in un vuoto talmente preciso da assorbirla tutta, e i capelli ritti e duri intorno alla testa: dovevano essere stati un carré tinto di rosso mogano non molto tempo prima. Ci mancava soltanto che sputasse fuoco, poi il capolavoro sarebbe stato completo. Dimostrava un’età indefinibile fra i cinquanta e i sessantacinque anni, ma era minata nel corpo e nelle facoltà mentali alla stregua di una vecchia in fin di vita. Avevo capito dalle visite a cui era sottoposta che aveva gravi problemi al fegato, ma il suo disordine comunicativo e la mesta riservatezza di figlio e marito non lasciavano trasparire di più. E il figlio, un giorno, era anche scoppiato a piangere, in silenzio. La madre ormai – ma chissà poi da quanto – non era più in grado di alzarsi né di mangiare da sola: doveva sempre esserci qualcuno a imboccarla, mentre tremava avvicinando le labbra convulse al cucchiaio; faceva i bisogni in un pannolone che spesso e volentieri riusciva a sfilarsi (pure lei!) con sorprendente abilità, imbrattando poi le lenzuola con grande gioia degli OSS. Continua a leggere “Maria”

Uno così:

Uno così che non ho una foto per farvelo vedere. Uno così che non potete sentirne l’odore, di piscio e cassonetto alcolico, d’erba marcia. È entrato mascherato su un vagone della metro – anzi, no dell’ilektriko – la faccia non si vedeva aveva, una maschera d’argento ben aderente i capelli lunghi impastati, con la coperta di zebra marrone spessa che si teneva avvolta intorno. Baco slavo. Che ruminava parole in greco poi ha detto lui stesso di puzzare, e l’ha detto in italiano, trascinato dal suo stesso odore su e giù per il vagone a scatti, così vivo da essere spettrale. Cinematografico. Una signora gli ha gridato con convinzione “Διάβολο”. Altro che Johnny Depp. Un re grottesco giullare e non so, quante cose puoi vedere in uno stronzo qualsiasi, in un fantasma. Mentre ti ricordi che la follia è solo un’irrefrenabile sincerità, un senso del tempo e del pudore che non combacia con quello della maggioranza. Il giullare o stronzo che fosse si è portato via i miei pensieri, come può ancora capitarti in una città come Atene. Che passi qualcuno e si porti via i tuoi pensieri. Continua a leggere “Uno così:”