A Rethymno con Donnie Darko

Per un singolare caso sono partita per Creta in nave la mattina dopo la sera in cui ho visto per la prima volta Donnie Darko (dopo anni di “devo ancora vedere Donnie Darko“, ma ogni cosa a suo tempo…). Serata agostana d’Atene, cinema all’aperto tra l’industrial e il campagnolo su sedie vecchie, consumate e scomodissime. E cosa c’entra Donnie Darko con Creta o, per la precisione, con Rethymno?

donnie-darko-rabbit-malvina-massaro-blog-crohn-stomia-rethymno-creteAvete visto Donnie Darko? Tante letture possibili – per me quella sull’ebbrezza-potenza adolescenziale resta la principale e più interessante –, ma soprattutto un buco nero di perché che ti resta dentro come un colpo di pistola. C’è un bivio nella vita di Donnie, un momento in cui la realtà si sdoppia e si frantuma in due possibilità, due strade parallele e comunicanti: muore o non muore il ragazzo quando il pezzo del motore di un aereo precipita sulla casa in cui vive centrando la sua stanza? Non lo sappiamo, ma in realtà sembra proprio scampare alla morte e vivere qualche settimana di bravate collegiali, amori, studi (con un’ossessione per le teorie sui viaggi nel tempo) e soprattutto visioni, interazioni con l’altra dimensione attraverso il misterioso coniglio. Un tumulto di sensazioni apocalittiche com’è tipico dell’adolescenza più viva: morte e risveglio, esplosione, molteplicità e febbre, paura e delirio d’onnipotenza. Poi a un certo punto, per effetto di una strana concatenazione di eventi che portano anche alla morte della sua ragazza e del ragazzo della sorella, Donnie si scopre morto nella sua stanza in seguito alla caduta di un pezzo di motore di aeroplano in volo. La ragazza, ora di nuovo viva, passa davanti alla famiglia radunata fuori dalla casa dopo l’incidente: li (ri)conosce o no? Ha mai avuto niente a che fare con Donnie? Continua a leggere “A Rethymno con Donnie Darko”

Brutti, sporchi e forse anche cattivi

La poesia del brutto in un Ferragosto di città può anche esplodere – la poesia dell’agosto in città d’altronde ha tante sfumature, se volete leggere anche l’articolo che ho pubblicato l’anno scorso negli stessi giorni (qui). La poesia del brutto agostano intasa spiagge autobus e metro alle porte della città, e non sai se è il vuoto generale a rendertela d’un tratto così evidente o se sono i suoi agenti poetici ad uscire allo scoperto soltanto quando la città si svuota.

Partiamo con l’idea di farci il pomeriggio in una spiaggetta relativamente tranquilla e panoramicamente interessante appena fuori Atene, per non frustrare la giornata libera nel traffico dell’andata-ritorno di chi si spinge più in giù sulla costa. La spiaggia è una specie di frana dove doveva esserci parte della passeggiata che ora percorriamo in costume: una panchina issata su un blocco di cemento ancorato chissà come si staglia sulla superficie dell’acqua a qualche metro dagli scogli: ed è già poesia diretta sul tramonto.

Poi facendoti largo fra coppie di amici pakistani, tante coppie che così tante non te ne aspetti, e gruppi di pakistani con le donne che vestite si immergono e gli uomini, alcuni con un’insolita postura di comica spavalderia all’Alberto Sordi: ma è il dì di festa. Facendoti largo dicevo cerchi il tuo posto, e la spiaggia che ti ricordavi come relativamente tranquilla e relativamente appartata si rivela un fitto parco di corpi di tutte le età e misure, per lo più mangiante, esteso sulla sabbia espanso fin dentro il mare intorbidito. Pance sfatte come è raro vederne sulle isole battute dal turismo scolpito e coltivato. Tatuaggi a cazzo, tanti e urlanti; bambine che come i tatuaggi gridano a riva e se non le guardi puoi immaginare facilmente di essere in qualche meta molto più esotica, circondato di scimmie da spiaggia. Mamme che imboccano i loro piccoli senza tregua, passando dall’anguria allo yogurt ai biscotti da ciucciare per stare buoni e non toccare il telefono della zia. Una mamma monumentale che fa davvero pensare alla Isida di Manfredi in Brutti, sporchi e cattivi, che esce ancheggiando dall’acqua e indicando il sole rosso prossimo al tramonto dice al bambino “guarda la luna piena” (e non sto scherzando). La guardano anche i cani gonfi la luna piena, proprio quelli del Vernacoliere, adagiati davanti al bar col pelo interrotto da abrasioni e terriccio. Indietro sotto gli alberi si sparecchiano i resti di qualche pic-nic, e frighi portatili tutt’intorno da cui continua a uscire roba avvolta nella carta stagnola che luccica pure lei come il mare al calare del sole. Galli cedroni sfatti e consumati pendono impettiti contro i pali della passeggiata; si sentono più liberi e disinvolti, ora che la concorrenza più ingombrante sarà in giro per le isole dove si spende un sacco. Sulle spalle spenzola un asciugamano bianco che sa di rubato in qualche albergo, di quelli dove ti ricordano che la biancheria da camera non è intesa come materiale da toga party. Continua a leggere “Brutti, sporchi e forse anche cattivi”

Com’è vicina New York

Circa 10 ore di volo – un sonnellino, uno o due film, un paio di pasti, qualche pagina da leggere, oppure un po’ di sano black-out – e da Atene sei a New York, a bordo di un volo dove la prima lingua è l’arabo e tutto intorno a te è crema e oro e velette e luce fuori, di un giorno che non vuole finire mai.

Chi mi conosce lo sa, non mi allontanerei mai dalla vecchia Europa – o, meglio, da quel ventre magico che è per me il Mediterraneo. Gli Stati Uniti in particolare, a parte una breve infatuazione adolescenziale fatta più di sogno che di desiderio, mi hanno sempre suscitato una forma di resistenza. Non paura, più un’antipatia mista a incolmabile senso di lontananza. Una specie di trauma pre-esperienziale. Come un non voler tornare dove non sei mai stato. Finisce che devo andarci per lavoro, e sono dell’umore giusto per affrontare la novità. Continua a leggere “Com’è vicina New York”

Sempre un gran figo col fuoco dentro

Musicalmente parlando è un anno di grazia: quasi tutti i miti viventi – quelli con cui si è formata buona parte del mio immaginario nell’adolescenza – stanno passando da Atene in concerto. Dopo i Bauhaus in inverno, e in attesa dei Cure, New Order e Dead can dance, ieri sera è stata la volta dell’iguana immortale: Iggy.

Quando a salire sul palco è un artista-varco te ne accorgi subito, senti il brivido dell’invasamento di massa. Lo senti, il dio che passa e tocca e respira, come nei poemi epici. Vuole la folla, per alimentare meglio il fuoco che ha dentro. Ha bisogno di incendi, per mantenere accese fiamme che a volte si dimenticano, nei discorsi che ci disinnescano. Energia grezza, potere puro. La storia dentro, che brucia nel fuoco e nei movimenti memorie, che sembrano indolore. È questa la chiave, lasciar bruciare?

Continua a leggere “Sempre un gran figo col fuoco dentro”

Come ridursi sempre all’ultimo… e farcela :)

Ero quella che a scuola consegnava sempre tutto puntuale. Le verifiche, i compiti, i soldi per la gita, documenti, questionari. Tutto ordinato nelle cartelline, a casa e nella borsa. Poi qualcosa ha cominciato lentamente a sfumare, negli anni, ad allentarsi. Fino ad oggi, totalmente integrata nel costume ellenico di pensarci all’ultimo – tanto tutto si aggiusta, ci dormi lo stesso. E ho sviluppato nuove abilità che, se da un lato minano l’equilibrio psico-fisico per le corse e la tachicardia di stare-per-mancare qualcosa di importante, dall’altro mi hanno aiutato negli ultimi mesi a risparmiare un sacco di tempo. Tempo di tela di ragno sabaudo-scolastica di preparazioni, controlli maniacali, precauzioni, portarsi avanti sempre avanti – non si sa mai, essere pronti, essere i primi! Appunto, non si sa mai, e allora perché pensarci prima, che poi magari non serve e va tutto in altro modo?

Volete un esempio? Continua a leggere “Come ridursi sempre all’ultimo… e farcela :)”

Avviso ai blogger

Nell’augurarvi un buonissimo seguito di buona Pasqua, invito tutti i blogger che mi seguono e quelli di passaggio a visitare (ed eventualmente iscriversi a) NEGUTEGIA, il gruppo Facebook che ho aperto come spazio di contatto e diffusione fra scrittori, artisti, critici ecc. che utilizzano il blog come canale principale di espressione, e fra blogger duri e puri che scrivono articoli in ambito artistico e letterario a 360° gradi.

Gli obiettivi? Diversi, ma fra tutti:

  • facilitare lo scambio di idee, informazioni ed esperimenti, soprattutto riguardo a iniziative e progetti che potrebbero essere di interesse per altri blogger nell’ambito (eventi, nuove uscite, articoli, corsi, concorsi, collaborazioni ecc.).
  • organizzare/promuovere eventi mirati a portare il virtuale più interessante nel reale di caffetterie, librerie ecc., e a far conoscere il lavoro dei blogger a un pubblico più vario e ampio. Penso soprattutto a presentazioni, letture collettive, performance e alla scena che ne potrebbe scaturire. Ci sono già alcune idee da sviluppare con chi fosse interessato.

E quindi, se INTERESSATI, iscrivetevi a NEGUTEGIA (https://www.facebook.com/groups/2365299250377513/about/) e cominciate a popolare il gruppo 😉

Negutegia_gruppo FB_blogger_immagine_2_finale_2

Cosa mi fa innamorare ogni giorno di Atene

È stato amore a prima vista, quello con Atene. Un gioco di sguardi, una questione di pelle e brividi, di riverberi. E l’ho capito subito, fra tutti i posti in cui mi era capitato di passare qualche giorno, che qui era casa mia – il mio centro, la mia fedeltà. La figura complessa e splendente di cui continuare a innamorarmi ogni giorno.

Ma cos’è che mi lega più di tutto a questa città alla quale da qualche anno – o forse da sempre – mi sento appartenere? Sono i greci stessi, a volte, a chiedermelo. E allora che cosa posso dire, fra le tante cose? Continua a leggere “Cosa mi fa innamorare ogni giorno di Atene”

Corpi metropolitani

E poi accade che due storie collidano entrando nel vagone della metro. Come mi è successo ieri.

Ma cos’è, non mi vede? Perché deve per forza schiacciarmi e travolgermi? Ma poi forse lei pensa la stessa cosa di me. Non la vedo, che si infila a difficoltà fra la gente fra le porte? Non la vedo che ha bisogno di spazio e la attraversa un filo di preoccupazione, in faccia, di ansia? In quel momento non lo vediamo, ci scontriamo e basta – si sente a pelle che siamo indispettite da quella frizione.

Corpi che sono disfunzioni. DNA. Un modo sbagliato di assorbire, gonfiori e aperture, ferite aperte da proteggere, d’etere e di carne. Ci guardiamo poi sott’occhio e lo capiamo, una volta sistemate. Quasi con compassione, ora, con comprensione: ce l’abbiamo fatta, siamo riuscite tutte e due a prendere la nostra corsa verso i doveri del giorno.

Corpi metropolitani che si scontrano.