Avevo un presente che era dio…

…e faceva il cameriere. Anzi, forse due: sono politeista. Prepariamoci di nuovo all’Emilia – acida o paranoica? E intanto ora ho una collega con cui capita di parlare anche di loro, dei CCCP: chiudo gli occhi, e li riscopro per la prima volta in qualche bettola industrial delle periferie del nord, di quelle dove ci si agita. Ci ballo la danza del ventre, oggi, Islam punk und punk Islam – oggi che è da un po’ che non mi perdo a Bodrum. Dove all’alba senza essere andato a dormire ti vesti per correre nei vicoli al canto della preghiera, e non sai nemmeno tu che odori hai addosso. E corri verso il porto. Verso l’aeroporto. A oriente dell’Oriente che è di nuovo Romagna mia. Islam punk und punk Islam.

Istanbul tanz,

Istanbul tanz,

Istanbul tanz, tanz, tanz.

Tanz Istanbul,

Tanz Istanbul,

Istanbul tanz.

Istanbul tanz.

Sono un po’ tamarra

Dal Vocabolario Treccani:

“tamarro s. m. (f. -a) [prob. dall’arabo tammār «mercante di datteri»]. – Voce region., in uso nell’Italia merid., e da lì diffusa anche altrove nel gergo giovanile per indicare persona, per lo più di periferia, dai modi e dall’aspetto rozzi, volgari, villani: ha smesso di disprezzare i tamarri (Melania Mazzucco)”.

Periferica, decentrata, col sangue che viene di lontano, cresciuta nella Torino densa e intensa dei Subsonica, di Gigi Dag e Gabri Ponte, degli ultimi covi industrial per post-punkers e darkettoni, del cazzeggio in via Po e ai Reali, delle trecento persone in aula magna a Palazzo Nuovo (è ancora così?). Periferici si era sempre, e tamarri in ogni sfumatura, sotto la muffa sabauda. Nel nero sui vetri rotti delle foto e tra i fiori – indecisi, che assomigliavano a un centro e il confine, là dietro le Alpi. Il mare sempre troppo lontano per essere calmi.

Giusto un ricordo; a febbraio le immagini girano più in fretta.

Peter Murphy: 12 anni dopo, un po’ più a sud

È lui: si muove come un pipistrello, ha lo sguardo vitreo che buca il mondo, il viso scavato in bianco e nero di una qualche Londra del sogno, la fronte alta e pallida come una candela. Ma è soprattutto la voce, nel nero dei vestiti aderenti e nella sciarpa rossa rossa – è la voce ad essere proprio lei, 40 anni dopo: fredda e incendiaria. A toccarti la corda più spessa mentre ti perdi in suoni lontani nell’ultima fila di un palazzetto non gremito. Fuori le barche, niente coda: il bello dei concerti ad Atene. Qualcuno si è fatto in prima fila e di corsa e sgomitando lo portano indietro. Ha perso i sensi, e davanti c’è sicuramente qualche altro cimelio che conosco. A Praga, Roma, Milano o Berlino. Uno di quelli a cui gira di svegliarsi a mezzanotte e poi subito cadere. Continua a leggere “Peter Murphy: 12 anni dopo, un po’ più a sud”

Versi #14

Occhi da chissà dove emersi
di profugo
di beduino
zingaro viziato errante
pieno e stanco
del passato del futuro
superfluo
il presente ti stropiccia
a malapena
le ossa.
Passato l’inverno si prepara
a levare le tende
verso un altro inverno.
Troppo leggero per sprofondare
nelle cose
per penetrare.
Es muss sein.

Mango, Come Monna Lisa

La foto del tramonto non mi è venuta bene, ma per una romantica coincidenza l’immagine rimarrà per sempre agganciata al suono. All’estremità occidentale della piccola chora di Anafi, un greco armato di amplificatore si gode il tuffo del sole dietro a Santorini ascoltando, fra gli altri, uno dei pezzi più suggestivi del pop italiano. Ha tutta l’aria di essere un rito quotidiano, ma la sera successiva non faccio in tempo a salire nello stesso punto alla stessa ora per verificarlo. Poi però la stessa luna rossa che sorge tardiva dalla parte opposta, a sinistra di un cucciolo d’isola addormentato a pelo d’acqua. Lenta e incandescente. Enigmatica.

Una specie di riconoscimento, perché in fondo in fondo c’è la voce di Mango nella mia visione, nella mia sensazione dell’estate sulla pelle, assorbita in lunghe fasi oniriche pomeridiane cullate da questa e altre sue canzoni, ad addolcire l’amaro di un inutile caffè.

E per rincarare l’atmosfera estiva e la sua vena euforico-nostalgica, il finto live del Festivalbar vince di gran lunga sui montaggi posticci e i fermo immagine con testo sovrimpresso. No?

 

La poesia corrosiva di Mauro Pelosi

Ho scoperto per caso le canzoni di Mauro Pelosi qualche anno fa, cercando non so più che cosa su YouTube e finendo, come sempre, per lasciarmi trasportare dalla corrente e dalla curiosità. Meraviglia, commozione, dolore: è raro imbattersi in pezzi così vivi, in cui parole e musica sono così intensamente, profondamente intrecciate da trascinare chi le ascolta in un’esplosione plastica di immagini, odori, percezioni tattili da scavare l’anima.

All’orgoglio per la novità da condividere con pochi intimi, subentrò lo stupore per il fatto che nessuno, davvero nessuno (nemmeno gli intenditori, nemmeno gli amici speleologi musicali) lo conoscesse. E così, negli anni, l’ho sempre fatto conoscere io, a una manciata di persone che in pochissimi casi l’hanno apprezzato.

Non posso dire di ascoltarlo spesso, non si potrebbe: la bellezza e la forza della sua musica stanno in una poesia dolorosa, così vera e struggente da sconvolgerti, da rompere ogni equilibrio. Torna nella mia vita a cicli, con la stessa dirompenza e la meraviglia della prima volta. Torna quando sento di doverne condividere la poesia con qualcun altro, perché io da sola non riesco a contenerne tutto il dolce-amaro tumulto.

E tornerà di tanto in tanto anche qui sul blog…