Corpi metropolitani

E poi accade che due storie collidano entrando nel vagone della metro. Come mi è successo ieri.

Ma cos’è, non mi vede? Perché deve per forza schiacciarmi e travolgermi? Ma poi forse lei pensa la stessa cosa di me. Non la vedo, che si infila a difficoltà fra la gente fra le porte? Non la vedo che ha bisogno di spazio e la attraversa un filo di preoccupazione, in faccia, di ansia? In quel momento non lo vediamo, ci scontriamo e basta – si sente a pelle che siamo indispettite da quella frizione.

Corpi che sono disfunzioni. DNA. Un modo sbagliato di assorbire, gonfiori e aperture, ferite aperte da proteggere, d’etere e di carne. Ci guardiamo poi sott’occhio e lo capiamo, una volta sistemate. Quasi con compassione, ora, con comprensione: ce l’abbiamo fatta, siamo riuscite tutte e due a prendere la nostra corsa verso i doveri del giorno.

Corpi metropolitani che si scontrano.

La mia prima volta in TV

Com’è che quella bambina timida e ragazzina ritrosa si ritrovi poi continuamente a parlare in pubblico per lavoro o altro non lo so, o forse sì: attrae ciò che ci spaventa, perché è grazie a quella paura che sale su l’adrenalina.

Ecco allora che dopo qualche presentazione un po’ naïf in presenza, era ora di affrontare anche il mostro della TV. Partendo dal presupposto che non amo la mia voce registrata, ma anche dalla consapevolezza che fare questa breve intervista è stato qualcosa di nuovo e divertente.

Ringrazio Antonio Orlando, Nicola Decio Dimatteo, Tonia e tutta la redazione di VOX LIBRI per un battesimo comodamente consumato dal divano della mia casa ateniese e per la loro freschezza.

L’intervista, che svela genesi e motivi principali del romanzo Tino non ci sta, sarà trasmessa da oggi venerdì 29/03 per una settimana secondo il palinsesto che trovate qui: VOX LIBRI. La dedico anche ai frequentatori più assidui del blog, a voi che scrivete, a voi che curiosiamo reciprocamente nei nostri mondi.

**Buon venerdì**

Poesia della vita da impiegata

Ci penso la sera, mentre sono in metropolitana che torno a casa. Il venerdì pomeriggio quando bevo il caffè alla scrivania per godermi meglio la vigilia del fine settimana. Il sabato lo amo, è pioggia e sole insieme. Tutto. È l’imbarazzo della scelta.

Le cose hanno il sapore di una conquista perché te le guadagni, anche il sonno – che accarezzi avvicinandotici lentamente. C’è la paura ma c’è anche il senso di libertà dato dalla responsabilità condivisa: puoi fare del tuo meglio senza preoccuparti troppo del piano, del futuro, e così puoi pensare anche a te – ai tanti te oppure al nessuno che senti di essere in ogni tua fase. Ci stai dentro, assorto nei tuoi compiti, e poi fuori nei tuoi rituali. Continua a leggere “Poesia della vita da impiegata”

Versi #18 – Maghreb

Ché i tuoi cavalli ti portavano a Occidente
dove annega il sole che non è più mediterraneo.
Cosa sognavi, deragliando nella sabbia?
Sparpagliando la tua casa per terra e per mare
accecato dalla luce
trascinato, come uno zingaro
verso il tramonto
fra curiosità di poeta che bruciano e palpiti densi.
La madre, fra palpiti densi nell’erba verde che non immagini.
Fra Pesaro e Urbino
si parlava di Dario Argento
e di un poeta iracheno.
Non era casa tua.

Maria

“[…] Maria, alla mia destra – avevo la fortuna di stare nel letto centrale come Cristo in croce –, era un donnino piccolo, secco e giallo con la pancia tonda e gonfia, sullo stile di alcune rappresentazioni medievali del diavolo, di quelle che si vedono sulle pareti di vecchi castelli indemoniati. E di indemoniato Maria non aveva soltanto il colorito e la pancia minacciosa di oscuri parti, ma anche gli occhi marrone infuocato, buttati in un vuoto talmente preciso da assorbirla tutta, e i capelli ritti e duri intorno alla testa: dovevano essere stati un carré tinto di rosso mogano non molto tempo prima. Ci mancava soltanto che sputasse fuoco, poi il capolavoro sarebbe stato completo. Dimostrava un’età indefinibile fra i cinquanta e i sessantacinque anni, ma era minata nel corpo e nelle facoltà mentali alla stregua di una vecchia in fin di vita. Avevo capito dalle visite a cui era sottoposta che aveva gravi problemi al fegato, ma il suo disordine comunicativo e la mesta riservatezza di figlio e marito non lasciavano trasparire di più. E il figlio, un giorno, era anche scoppiato a piangere, in silenzio. La madre ormai – ma chissà poi da quanto – non era più in grado di alzarsi né di mangiare da sola: doveva sempre esserci qualcuno a imboccarla, mentre tremava avvicinando le labbra convulse al cucchiaio; faceva i bisogni in un pannolone che spesso e volentieri riusciva a sfilarsi (pure lei!) con sorprendente abilità, imbrattando poi le lenzuola con grande gioia degli OSS. Continua a leggere “Maria”

Uno così:

Uno così che non ho una foto per farvelo vedere. Uno così che non potete sentirne l’odore, di piscio e cassonetto alcolico, d’erba marcia. È entrato mascherato su un vagone della metro – anzi, no dell’ilektriko – la faccia non si vedeva aveva, una maschera d’argento ben aderente i capelli lunghi impastati, con la coperta di zebra marrone spessa che si teneva avvolta intorno. Baco slavo. Che ruminava parole in greco poi ha detto lui stesso di puzzare, e l’ha detto in italiano, trascinato dal suo stesso odore su e giù per il vagone a scatti, così vivo da essere spettrale. Cinematografico. Una signora gli ha gridato con convinzione “Διάβολο”. Altro che Johnny Depp. Un re grottesco giullare e non so, quante cose puoi vedere in uno stronzo qualsiasi, in un fantasma. Mentre ti ricordi che la follia è solo un’irrefrenabile sincerità, un senso del tempo e del pudore che non combacia con quello della maggioranza. Il giullare o stronzo che fosse si è portato via i miei pensieri, come può ancora capitarti in una città come Atene. Che passi qualcuno e si porti via i tuoi pensieri. Continua a leggere “Uno così:”

Sono un po’ tamarra

Dal Vocabolario Treccani:

“tamarro s. m. (f. -a) [prob. dall’arabo tammār «mercante di datteri»]. – Voce region., in uso nell’Italia merid., e da lì diffusa anche altrove nel gergo giovanile per indicare persona, per lo più di periferia, dai modi e dall’aspetto rozzi, volgari, villani: ha smesso di disprezzare i tamarri (Melania Mazzucco)”.

Periferica, decentrata, col sangue che viene di lontano, cresciuta nella Torino densa e intensa dei Subsonica, di Gigi Dag e Gabri Ponte, degli ultimi covi industrial per post-punkers e darkettoni, del cazzeggio in via Po e ai Reali, delle trecento persone in aula magna a Palazzo Nuovo (è ancora così?). Periferici si era sempre, e tamarri in ogni sfumatura, sotto la muffa sabauda. Nel nero sui vetri rotti delle foto e tra i fiori – indecisi, che assomigliavano a un centro e il confine, là dietro le Alpi. Il mare sempre troppo lontano per essere calmi.

Giusto un ricordo; a febbraio le immagini girano più in fretta.

Versi #17 – Reggae saraceno

Aveva foglie dentro ch’eran fiamme
Io che senza la musica perdo
Ogni identità e memoria
Lo sentivo che era la musica dentro
Fra le foglie che mancava
Le foglie disturbo di psiche
Che calma l’amore
La vita che ho dentro
Le voci che sento
L’immagine vuota
Che cade sul letto.

Mi prende alla gola
Mi spreme mi schizza
E sono una goccia
Due gocce nel mare
Non so dove andare
Le gocce son fiamme
Che tuonano dentro
È quello che sento
Non posso partire
Ma devo girare
Nel sangue che corre
Sul cielo e sul mare
È la vita
L’estate che avanza
salento tormento
Una notte di grecia
Che spinge in turchia
Coagula dentro
Gli odori del vento
E Tutte le assenze
Che mi porto dentro
Continua a leggere “Versi #17 – Reggae saraceno”

Io ballo da sola

Non sopporto le tavolate inutili-ufficiali a cui si siede un’accozzaglia di gente solo per sentirsi meno sola e passare il tempo fra chiacchiere che scivolano, per annoiarsi insieme, senza nemmeno la verve del delirio felliniano o il gusto mediorientale del tempo che cola. La vita è breve, io non ho tempo di annoiarmi-scazzarmi, né di prestare il mio tempo alla noia altrui; io il mio tempo voglio condividerlo soltanto per piacere, amore, passione, divertimento, arte, costruzione-creazione-ricreazione, affinità, crescita, amicizia, non per noia o disperazione. L’ho capito una volta di più estraniandomi, a un qualche appuntamento che io stessa avevo messo in moto. Perché? Per una curiosità mal centrata, un entusiasmo frainteso. Per l’impazienza che mi è talvolta nemica. Ma poi anche amica, perché mi fa trovare il coraggio di sfilarmi quando non mi sento viva nelle cose, di cercare le cose vive e andare a viverci dentro.

Continua a leggere “Io ballo da sola”