Sempre un gran figo col fuoco dentro

Musicalmente parlando è un anno di grazia: quasi tutti i miti viventi – quelli con cui si è formata buona parte del mio immaginario nell’adolescenza – stanno passando da Atene in concerto. Dopo i Bauhaus in inverno, e in attesa dei Cure, New Order e Dead can dance, ieri sera è stata la volta dell’iguana immortale: Iggy.

Quando a salire sul palco è un artista-varco te ne accorgi subito, senti il brivido dell’invasamento di massa. Lo senti, il dio che passa e tocca e respira, come nei poemi epici. Vuole la folla, per alimentare meglio il fuoco che ha dentro. Ha bisogno di incendi, per mantenere accese fiamme che a volte si dimenticano, nei discorsi che ci disinnescano. Energia grezza, potere puro. La storia dentro, che brucia nel fuoco e nei movimenti memorie, che sembrano indolore. È questa la chiave, lasciar bruciare?

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La bellezza contorta di Egon Schiele

Se fossi un quadro? Probabilmente mi piacerebbe essere firmata Egon Schiele. Forse influenzata da chi trovava nella me post-adolescente una qualche sintonia coi suoi soggetti femminili. Ma non è solo in quelli che si ritrova quell’ipnotica intensità espressionista a cui volevo assomigliare, a cui mi sento così vicina. È quel coagulo pulsante di vita e malattia a catturare in tutti i ritratti di Schiele: la bellezza contorta di chi sente troppo. La vita, malattia incurabile che ti mangia dentro.

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