Charlot metropolitano

Di persone che fanno l’elemosina in metropolitana ce ne sono tante. Raccontano più o meno la stessa storia a ogni tragitto, cambiando vagone di tanto in tanto; e più calcano la mano – i gesti, le parole, i sospiri – più raccolgono, incutendo pena o timore a seconda dei casi.

Questa mattina un volto truccato ha fatto capolino alla mia sinistra, mentre stavo in piedi di fronte alle porte. Mi ha chiesto permesso con un fischio, ha sorriso e si è allontanato facendosi piccolo, poi è andato a fischiare e a mimare saluti verso la gente seduta al fondo del vagone. Con movenze morbide e un sorriso sincero e così triste. Con la malinconia luminosa di un riso consapevolmente ingenuo. Era vestito da Charlot e faceva una tenerezza incredibile. Tutti gli sorridevano come a un bambino; nessuno gli ha messo una moneta nel bicchiere.

Intervista immaginaria ai camperisti

Oggi io ed L. siamo andati a passeggiare in riva al mare, dove sostano i camperisti. Non c’erano i nomadi digitali che mi era venuto il ghiribizzo di intervistare, soltanto un paio di coppie di signori greci con l’aria da weekendisti del camper. Li abbiamo sbirciati per un po’. Loro e il loro cane, le seggiole rosse, i misteriosi interni del camper appena intuibili, sbarrati da un asciugamano. Dall’altro lato le barche al sole: yachtini e imbarcazioni da pescatore, per lo più. La vita mobile. La vita essenziale e iper-raccolta di chi abita allo stesso tempo una cabina e il mondo.

Poi dietro allo sciame di piccioni ho visto panni stesi, coloratissimi, nella brezza di fine inverno. Una donna ricciola che stendeva e un uomo, nascosto dietro al camper, che suonava la chitarra. Profumo di bucato. Continua a leggere “Intervista immaginaria ai camperisti”

1 gennaio

C’è stato un 1 gennaio, diversi anni fa, in cui questa data si è impressa in me con la luce di un primo pomeriggio nitido e penetrante. Ascoltavo David Bowie sul divano del soggiorno – il disco era arrivato poco prima per Natale – e mi venne in mente, chissà perché con quella particolare intensità – mio nonno. Quello mancato quando ero ancora bambina. Quello che mi portava in giro nel passeggino per pomeriggi interi, quando il mondo intero in ogni granello era una novità sfocata nell’aria da una luce soffice, fresca e ancora uterina. Serena, pulviscolare, carnevalesca.

Da allora per me il 1 gennaio è sempre un’ebbrezza interiore di luce, di riverberi nell’aria dorata di una primavera acerba, di riverberi di primavera acerba nella voce lontana di David Bowie. Di embrioni d’estate e di visioni-illuminazioni di quello che sarà. Una festa della potenza prima del nuovo atto. Il richiamo dei nuovi atti, come un canto che soffia da Oriente. Continua a leggere “1 gennaio”