Versi #20 (Saìli)

C’è un posto che si dimentica ogni volta

dove sorge il sole fra mare e montagna. Il sole

è anni ’90. Giallo secco e blu. Marrone terramadre.

Saìli fra le mani è un’onda,

fra le mani il viso brucia e un velo bianco

aria d’Oriente la notte, sulla spiaggia nascosta ancora ottomana

un accampamento.

Gli occhi di chi cura hai Saìli fra le mani nel raggio

approssimazione e affondi

nessuno lo sa, perché come le barche la notte sei

così vicino così lontano che non sai

nemmeno tu lo sai

fra le luci che vacillano – non sono il sole

ma poi ti basta una linea una canzone.

 

Tu che sai,

perché c’è nel sangue tuo un’invasione dopo l’altra d’occhi antichi persi: Saìli sei

nel tramonto, e nell’alba soprattutto nuovo

all’orizzonte incerto lì soltanto

ο Ήλιος non fraintende e sviene

tra il profumo di fiori e il soffio caldo che sbuffa

da dentro la terra che ti disegna ed isola.

Giallo secco e blu. Marrone terramadre.

Versi #19 (Sono tornata…)

Nell’ultima chiave c’era il deserto
non ricordo che ora fosse avevo smesso
di capire se avessi caldo o se avessi freddo.
La sabbia
negli occhi, che parla
tante voci compaiono e parole
strisciano
sepolte e nell’aria confuse
fanno e dissolvono strade, stanze sepolcri.
La linea si piega, in un cerchio.
Tutto subito devi attraversare una tempesta che ti sembra di coltelli
da quanto fa male. Come nelle Cicladi ti ricordi? Quando soffia il meltemi, che in spiaggia non ci puoi stare. La sabbia dappertutto ti punge e ti dice vattene in camera.
In camera non sono tornata
non c’era più la strada
un serpente d’aria accecante modella la terra e sconvolge
le tracce.
Nella tempesta chiudi gli occhi e la via
si disegna coi piedi. Nei piedi e negli occhi è un soffio
la via
fra voci che si confondono a un mare invisibile
e profondo.
Ti lasci trafiggere da tutte le fioriture;
quel profumo, nell’aria, sei tu,
l’occhio con cui ti guardi alle spalle.
Non sentivo più né il caldo, né il freddo.
Ed ero duna, porta immemore, lo svolazzare del fuoco
dietro una tenda bianca.

Non è che mi sono persa:
mi sono proprio disfatta.

Versi #18 – Maghreb

Ché i tuoi cavalli ti portavano a Occidente
dove annega il sole che non è più mediterraneo.
Cosa sognavi, deragliando nella sabbia?
Sparpagliando la tua casa per terra e per mare
accecato dalla luce
trascinato, come uno zingaro
verso il tramonto
fra curiosità di poeta che bruciano e palpiti densi.
La madre, fra palpiti densi nell’erba verde che non immagini.
Fra Pesaro e Urbino
si parlava di Dario Argento
e di un poeta iracheno.
Non era casa tua.

Versi #17 – Reggae saraceno

Aveva foglie dentro ch’eran fiamme
Io che senza la musica perdo
Ogni identità e memoria
Lo sentivo che era la musica dentro
Fra le foglie che mancava
Le foglie disturbo di psiche
Che calma l’amore
La vita che ho dentro
Le voci che sento
L’immagine vuota
Che cade sul letto.

Mi prende alla gola
Mi spreme mi schizza
E sono una goccia
Due gocce nel mare
Non so dove andare
Le gocce son fiamme
Che tuonano dentro
È quello che sento
Non posso partire
Ma devo girare
Nel sangue che corre
Sul cielo e sul mare
È la vita
L’estate che avanza
salento tormento
Una notte di grecia
Che spinge in turchia
Coagula dentro
Gli odori del vento
E Tutte le assenze
Che mi porto dentro
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Λάβα, ovvero Versi #16 e una canzone greca

Nei falò d’inverno è un’ombra d’estate,
d’estate, che si festeggiano i santi e si balla che le giornate si accorciano
incendiario
l’inverno
con la sua luce avanza ed entra
nel cerchio
e danza
ανατολικό
come un diavolo nascosto
nel buio stellato e caldo
di un ventre vulcanico di una bottiglia
che è canto di quattro sorelle.
Legni da ubriacarsi e pelli che ancora conservano il respiro
come il vulcano
la sua peristalsi.
Lo senti? È la vita che frigge.

Tutto attorno a noi sboccia ed esplode.

Ascoltando e riascoltando Άλκηστις Πρωτοψάλτη, “ΛΑΒΑ”. 

Versi #15

La domenica sera
quando finiscono le parole e inizia il canto.
Poche certezze.
Un’onda che ti ulula dentro e che ti scava

quella riva precaria. Nel canto
che ride e lacrima
nel vento
immortali parole e sensazioni
s’infrangono.
Due buchi, nell’anima:
assomigliano ai tuoi occhi scuri.

Versi #14

Occhi da chissà dove emersi
di profugo
di beduino
zingaro viziato errante
pieno e stanco
del passato del futuro
superfluo
il presente ti stropiccia
a malapena
le ossa.
Passato l’inverno si prepara
a levare le tende
verso un altro inverno.
Troppo leggero per sprofondare
nelle cose
per penetrare.
Es muss sein.

#13_(Convalescenza e brezza)

Mi sono sentita semplice e complicata
attraversando giorni di pioggia dal mio piccolo sdraio
in riva al balcone

tempo di semina estiva battuto
dai capricci del tempo
di cielo e d’orologio
mio e degli altri.

Festina lente

e tanto piove, la domenica
e si chiudono i vetri contro alle voci e al raggio
mozzato
dall’acqua.

Convalescenza e brezza.

Malattia è il troppo sentire
Morte
è non sentire affatto.

Convalescenza e brezza spira
il temporale
in riva al balcone di chi oggi non è uscito.

Versi #12

la grandine fighissima goditela tu
quest’ennesima domenica di pioggia
forte
su Atene
ché tutto si fa liquido
anche i miei ricordi
perfino lo stress.

Qualche giorno che non sentivo la tua voce e ti ho chiamata
e sei arrivata d’impeto.

Parto gemellare
e ritorno
al madore che in quella tua voce
è fuoco.

Versi #11

Portare la luce
può essere anche crudeltà.
Svegliare l’anima che dorme
tranquilla
accendere
un corpo e sottrargli
il buio
dagli occhi, il sonno
dai sensi.
La luce poi non si accontenta:
deve correre e percorrere,
infettare.
La luce è inevitabilmente contagio.