Λάβα, ovvero Versi #16 e una canzone greca

Nei falò d’inverno è un’ombra d’estate,
d’estate, che si festeggiano i santi e si balla che le giornate si accorciano
incendiario
l’inverno
con la sua luce avanza ed entra
nel cerchio
e danza
ανατολικό
come un diavolo nascosto
nel buio stellato e caldo
di un ventre vulcanico di una bottiglia
che è canto di quattro sorelle.
Legni da ubriacarsi e pelli che ancora conservano il respiro
come il vulcano
la sua peristalsi.
Lo senti? È la vita che frigge.

Tutto attorno a noi sboccia ed esplode.

Ascoltando e riascoltando Άλκηστις Πρωτοψάλτη, “ΛΑΒΑ”. 

Versi #15

La domenica sera
quando finiscono le parole e inizia il canto.
Poche certezze.
Un’onda che ti ulula dentro e che ti scava

quella riva precaria. Nel canto
che ride e lacrima
nel vento
immortali parole e sensazioni
s’infrangono.
Due buchi, nell’anima:
assomigliano ai tuoi occhi scuri.

Versi #14

Occhi da chissà dove emersi
di profugo
di beduino
zingaro viziato errante
pieno e stanco
del passato del futuro
superfluo
il presente ti stropiccia
a malapena
le ossa.
Passato l’inverno si prepara
a levare le tende
verso un altro inverno.
Troppo leggero per sprofondare
nelle cose
per penetrare.
Es muss sein.

#13_(Convalescenza e brezza)

Mi sono sentita semplice e complicata
attraversando giorni di pioggia dal mio piccolo sdraio
in riva al balcone

tempo di semina estiva battuto
dai capricci del tempo
di cielo e d’orologio
mio e degli altri.

Festina lente

e tanto piove, la domenica
e si chiudono i vetri contro alle voci e al raggio
mozzato
dall’acqua.

Convalescenza e brezza.

Malattia è il troppo sentire
Morte
è non sentire affatto.

Convalescenza e brezza spira
il temporale
in riva al balcone di chi oggi non è uscito.

Versi #12

la grandine fighissima goditela tu
quest’ennesima domenica di pioggia
forte
su Atene
ché tutto si fa liquido
anche i miei ricordi
perfino lo stress.

Qualche giorno che non sentivo la tua voce e ti ho chiamata
e sei arrivata d’impeto.

Parto gemellare
e ritorno
al madore che in quella tua voce
è fuoco.

Versi #11

Portare la luce
può essere anche crudeltà.
Svegliare l’anima che dorme
tranquilla
accendere
un corpo e sottrargli
il buio
dagli occhi, il sonno
dai sensi.
La luce poi non si accontenta:
deve correre e percorrere,
infettare.
La luce è inevitabilmente contagio.

Versi #9

Da quanti anni sono te?
Corro lontano e non riesco
a liberarmi
dei tuoi modi, dei tuoi gesti.
Ancora e sempre
nelle mie vene come l’autunno,
come quei bassi così scanditi
nella mia testa. La pista
in frantumi e l’amore,
dove mi ha portato l’amore,
così lontano dal primo amore?
A disperdere, oltremare, adolescenziali tossine
e la tua fame ansiosa, distruttiva.
Il buongiorno si vede dal mattino,
ma nel pomeriggio, a Oriente, può tradirsi.

Versi #8 (l’amore d’inverno)

L’amore d’inverno è scaldarsi di baci
lenti e profondi
fra gli spifferi della notte pomeridiana,
persi nelle coperte in disordine
dentro alla pioggia fredda e tagliente.
L’amore d’inverno è fuoco. Una mano che si lascia stringere
dietro a un cappuccino.
È la crema del cappuccino
con una spruzzata di cacao.
Il profumo di una scorza d’arancio
contro al cielo limpidissimo.