Brutti, sporchi e forse anche cattivi

La poesia del brutto in un Ferragosto di città può anche esplodere – la poesia dell’agosto in città d’altronde ha tante sfumature, se volete leggere anche l’articolo che ho pubblicato l’anno scorso negli stessi giorni (qui). La poesia del brutto agostano intasa spiagge autobus e metro alle porte della città, e non sai se è il vuoto generale a rendertela d’un tratto così evidente o se sono i suoi agenti poetici ad uscire allo scoperto soltanto quando la città si svuota.

Partiamo con l’idea di farci il pomeriggio in una spiaggetta relativamente tranquilla e panoramicamente interessante appena fuori Atene, per non frustrare la giornata libera nel traffico dell’andata-ritorno di chi si spinge più in giù sulla costa. La spiaggia è una specie di frana dove doveva esserci parte della passeggiata che ora percorriamo in costume: una panchina issata su un blocco di cemento ancorato chissà come si staglia sulla superficie dell’acqua a qualche metro dagli scogli: ed è già poesia diretta sul tramonto.

Poi facendoti largo fra coppie di amici pakistani, tante coppie che così tante non te ne aspetti, e gruppi di pakistani con le donne che vestite si immergono e gli uomini, alcuni con un’insolita postura di comica spavalderia all’Alberto Sordi: ma è il dì di festa. Facendoti largo dicevo cerchi il tuo posto, e la spiaggia che ti ricordavi come relativamente tranquilla e relativamente appartata si rivela un fitto parco di corpi di tutte le età e misure, per lo più mangiante, esteso sulla sabbia espanso fin dentro il mare intorbidito. Pance sfatte come è raro vederne sulle isole battute dal turismo scolpito e coltivato. Tatuaggi a cazzo, tanti e urlanti; bambine che come i tatuaggi gridano a riva e se non le guardi puoi immaginare facilmente di essere in qualche meta molto più esotica, circondato di scimmie da spiaggia. Mamme che imboccano i loro piccoli senza tregua, passando dall’anguria allo yogurt ai biscotti da ciucciare per stare buoni e non toccare il telefono della zia. Una mamma monumentale che fa davvero pensare alla Isida di Manfredi in Brutti, sporchi e cattivi, che esce ancheggiando dall’acqua e indicando il sole rosso prossimo al tramonto dice al bambino “guarda la luna piena” (e non sto scherzando). La guardano anche i cani gonfi la luna piena, proprio quelli del Vernacoliere, adagiati davanti al bar col pelo interrotto da abrasioni e terriccio. Indietro sotto gli alberi si sparecchiano i resti di qualche pic-nic, e frighi portatili tutt’intorno da cui continua a uscire roba avvolta nella carta stagnola che luccica pure lei come il mare al calare del sole. Galli cedroni sfatti e consumati pendono impettiti contro i pali della passeggiata; si sentono più liberi e disinvolti, ora che la concorrenza più ingombrante sarà in giro per le isole dove si spende un sacco. Sulle spalle spenzola un asciugamano bianco che sa di rubato in qualche albergo, di quelli dove ti ricordano che la biancheria da camera non è intesa come materiale da toga party. Continua a leggere “Brutti, sporchi e forse anche cattivi”